Questa è una delle (poche) parti del Demone che, a malincuore, sono state tolte dalla versione finale. Siamo ancora nella prima parte del romanzo: Marat e Shamil, nella cascina, cancellano i nastri su cui, molte pagine dopo, verrà registrato il video nella palestra. In questa scena compaiono per la prima volta un bambino con un cappello da mago e un gattino.

Io e Shamil ci siamo offerti di cancellare i nastri. Sul tavolo della cambusa, abbiamo infilato lo sguardo nello schermo a cristalli liquidi della telecamera sovietica. Nel buio, le nostre facce erano illuminate da quel fiotto di luce artificiale che lanciava un’onda di luce scura fin verso il mobile di metallo. Io e Shamil siamo rimasti in silenzio a lungo, il mento appoggiato sulle mani in attesa che i nastri arrivassero alla fine. Registravamo il nero del tappo, per essere sicuri di cancellare ogni residuo di immagini – se mai ce ne potevano essere. Ogni tanto, per curiosità, fermavo la registrazione e schiacciavo PLAY. Rimanevamo così fermi qualche secondo a guardare lo schermo trapassato dalle strisce del niente che era inciso sulle cassette.

È stato all’improvviso che uno dei nastri ha cominciato a restituire delle immagini. Le ha rovesciate di colpo sulle nostre facce, tanto che io e Shamil siamo trasaliti e ci siamo guardati. Ho provato un brivido e, sono sicuro, l’ha provato anche Shamil. Due uomini con il kalašnikov guardano uno schermo grigio che all’improvviso si anima e li spaventa. Nella stanza, i compagni hanno continuato a dormire: la diversa modulazione dell’onda di luce non li ha disturbati. Il filmato non cominciava dall’inizio, perché evidentemente era stato cancellato fino a quel punto, ed era sporco, malfatto. È durato per tutti e venti i minuti rimanenti, anzi: si è interrotto molto bruscamente, tanto da farci immaginare che proseguisse in una delle cassette che non avevamo ancora controllato.

Nel filmato c’è l’indicazione di una data, il 20 novembre 1999, e di un luogo: Mosca. Queste, per quanto mi ricordi, sono le uniche informazioni che vengono fornite. La scena è all’interno di un appartamento, in un salotto arredato semplicemente, con le pareti rivestite di carta da parati a fiori grossi, un tavolo con un centrotavola di pizzo bianco, un divano – su cui è seduta la persona che riprende – un tappeto e un mobiletto bar. Appesa alla parete, una berëzka con l’aquila bicipite cucita sulla fronte se ne sta lì come un trofeo. Un vecchio televisore sta in un angolo della scena ed è acceso: il segnale che ne arriva è disturbato, l’immagine non si vede nitidamente; alcune strisce orizzontali che attraversano lo schermo ripetono gli effetti ottici che hanno ipnotizzato Afelio. Riconosco il simbolo con le tre strisce bianca, rossa e azzurra e il nome del canale: Planeta. Si intuisce che nel piccolo riquadro stanno scorrendo le immagini di un telegiornale di Stato. La scritta Vesti in basso a destra dello schermo sta sopra l’orario, che all’inizio del filmato è fermo sulle 20:02. Le immagini scorrono, ma non si sente quello che viene detto dallo speaker. Nel centro della scena, in mezzo al salotto, c’è un bambino magro che indossa un pigiama con gli orsacchiotti. Tiene in testa un cappellino di carta da mago, molto piccolo e di colore azzurro. Ha in mano una palla rossa che lancia verso la telecamera. La mano di un maschio adulto entra nel campo visivo della telecamera, recupera la palla e la rilancia in direzione del bimbo. Non ci sono persone, nella stanza, che non siano il bambino con il pigiama e colui che tiene la telecamera. Immagino che la scena sia piuttosto rumorosa: il bambino ride ogni volta che lancia la palla e ogni volta che gli viene restituita; molto spesso non riesce a intercettare il lancio di ritorno, e si tuffa sotto il tavolo per recuperarla dicendo qualcosa rivolto all’uomo che tiene la telecamera. Nell’angolo, all’interno del televisore, compaiono delle immagini di repertorio di Boris El’cin che saluta qualcuno da non so dove: il presidente è gonfio, butterato, gli occhi piccoli quasi non si vedono. Agita la mano nel vuoto, e nel complesso la sua persona esprime qualcosa di fisso, di ottuso. Non credo siano immagini del 20 novembre, quelle che sto vedendo: alla fine del 1999 il tuo presidente alcolista, guardia, non era già più presentabile in pubblico. I redattori del telegiornale devono aver passato un po’ di tempo a visionare del materiale d’archivio da spedire nei cervelli dei tuoi concittadini mentre raccontavano qualcosa del presidente. Poco più di un mese dopo la data di queste immagini, El’cin si sarebbe dimesso “all’improvviso” facendo posto a Vladimir-la-faina. Non mi spiego tuttora come El’cin abbia potuto vivere ancora più di sette anni dopo l’abdicazione. Il bambino adesso è girato di spalle, chino. Ha recuperato la palla sotto il mobile bar e sta guardando la telecamera da sotto le gambe. La lancia all’improvviso, la mano che tiene la camera ha un sobbalzo e l’immagine si sfoca di colpo. Quando si riprende, dopo qualche secondo, il bambino ha di nuovo in mano la sua palla, e ride, e dice qualcosa. Il cappellino da mago è un cappellino di carta, e per due volte gli è già caduto sull’orecchio. Il bambino se lo sistema e ogni volta ride. Potrà avere sette, otto anni. È magro e biondo, ha gli occhi chiari e gli manca un dente. Immagino che l’uomo che sta facendo le riprese sia il padre, e che i due si stiano divertendo, ma noi non lo possiamo sentire. L’occhio mi cade sulla scritta Čečnja in grassetto sulla banda rossa dei titoli del telegiornale. Do di gomito a Shamil, indicandogliela con il dito. La parola Cecenia è seguita da quella loro espressione, «operazione antiterrorismo», con cui state contrabbandando da anni questo orrore e questa merda, vendendo all’Unione Europea e agli Stati Uniti un prodotto che si confà al loro gusto. Nel servizio che segue – che adesso vorrei poter ascoltare – ci sono immagini di soldati russi che partono salutando a bordo di un camion, e alcuni tank che sfilano per una via di Groznyj che per un attimo non riconosco; un comandante dell’esercito russo, inquadrato in primo piano, racconta qualcosa da sotto la sua berëžka mentre sullo sfondo inquadrano i resti decapitati di Palazzo Dudaev. Sento il respiro di Shamil coprire il ronzio del generatore. Sono molti anni che non vediamo delle immagini televisive, ma che riceviamo solo dispacci via radio. L’attenzione del bambino con la palla viene attratta da qualcosa alla sua destra. Il bimbo si gira di profilo, dando le spalle al televisore. Registro che la presenza della telecamera del padre continua ad attrarlo, perché guarda in macchina di sottecchi. C’è una luce che si avvicina al bimbo e lo irradia debolmente. Due mani di donna entrano nel campo portando una torta alla panna con al centro una candelina accesa. La madre – immagino sia la madre – appoggia la torta sul centrotavola, mentre le immagini di Planeta rimandano nella stanza e nella cambusa il profilo di un anfibio, poi il volto da tagliagole di un miliziano che dice qualcosa ridendo mentre con il braccio indica un punto fuori macchina. La donna sulla scena è bella: è una russa molto giovane, di un biondo semplice e fiero. È vestita semplicemente, la forma dei seni si intravede sotto la veste blu che le cade sul ventre. Si volta verso il padre del bambino e gli dice qualcosa ridendo. Il padre si alza dalla sua postazione, e la camera con lui. In un secondo, il televisore esce dal campo, e il centro della scena diventa la torta alla panna con la sua candelina. Schiaccio il tasto forward. Shamil mi fulmina con lo sguardo. «Non me ne frega un cazzo della festa di questi qui» dico, «voglio vedere il telegiornale». Ogni pochi secondi rilascio il dito dal tasto e faccio ripartire l’immagine a velocità normale. C’è il bambino che soffia sulla candelina, e la donna che applaude. La camera inquadra una porzione di casa priva di televisore. Sulla destra dello schermo, in basso, si intuisce dalla diversa illuminazione che la tv è ancora accesa, e che probabilmente il canale non è stato cambiato. Niente tv. Mando avanti. Quando mi fermo, la donna tiene in mano un cartone, su cui è stato appiccicato un fiocco rosso, e lo porge al bambino. Il bambino salta sulla sedia, esplode di gioia. Per un attimo la camera si muove in modo confuso, e inquadra uno spicchio di schermo. Si vede l’interno dello studio del telegiornale, ma non si fa in tempo a leggere la scritta. Potrei usare il fermo-immagine, ma quello che voglio vedere non è lo studio, è Groznyj cinque anni fa. Mando avanti. Il bambino tiene in mano un gattino piccolissimo. È chiaro che l’ha tirato fuori dal cartone, che il gatto è il suo regalo. L’animale se ne sta accoccolato nelle mani del bambino, che lo accarezza con rispetto – con timore di fargli male. La faccia del bambino è luminosa, si vede che non sa come esprimere quello che prova. Le immagini zoomano sulle mani del bambino, sul gattino che se ne sta sorprendentemente tranquillo. Mando avanti. C’è il bambino che ha appoggiato il gatto in una cesta e lo fa giocare col dito. La mano del padre entra in campo di tanto in tanto, e ora accarezza la testa del bimbo, ora fa una uno scherzo al micio, che tende le zampe. Le gambe della madre entrano nell’immagine, la donna si china per posare in terra un piattino dove credo ci sia del latte. Quando è a terra, la sua veste si apre leggermente e lascia intravedere la forma del seno sinistro. L’inquadratura esclude la parte di stanza dove si trova il televisore. Fine. Mando indietro.