Il demone a Beslan – Spin-off

Questo pezzo è uscito sul numero di Vanity Fair del 31 agosto . Mi avevano chiesto qualcosa che fosse vicina, nel tono e nella voce, al libro, e io, con grande difficoltà, ho chiesto a Marat di tornare nella palestra.

Alla fine sono ritornato nella palestra, anche se forse è stato solo in sogno.

Ho percorso il corridoio del piano terra – lo stesso corridoio attraverso il quale, il primo giorno, abbiamo scortato con i nostri mitra i bambini, le madri e gli insegnanti. Per un istante, mentre mi guardavo attorno, mi è sembrato che dai buchi delle pallottole sparpagliati sulle pareti uscisse ancora del fumo e del calore. Mi sono affacciato a una finestra, e attraverso il vetro esploso ho guardato nel cortile, dove l’erba non è più cresciuta e dove da sette anni nessun bambino gioca più, perché qui da allora non si fa più lezione, non ci sono più corsi e non ci sono più ricreazioni. A Beslan non è rimasto niente, come mi ha detto qualcuno di cui non ricordo il nome.

Dalla porta nera che conduce alla palestra proveniva un odore acido – l’odore del fumo e della gomma bruciata – ma forse niente di tutto questo è vero, forse si tratta soltanto della suggestione che ho provato mentre mi avvicinavo alla soglia. Ho esitato a lungo prima di affacciarmi e guardare dentro; istintivamente ho abbassato lo sguardo per controllare se dalla mia cintura pendesse ancora la testa di forca. Non c’è, non c’è più niente, non c’è la cintura di tritolo che ho indossato per quei tre giorni e non ci sono nemmeno il passamontagna e il kalašnikov. Mi sono sentito nudo, per quanto tutto questo possa sembrare stupido e meschino.

Una voce piccola, sommessa, proveniva da dentro la palestra: era la voce di una donna, e non so dire se cantasse una nenia o se invece stesse pregando o parlando con qualcuno. Ho avuto, lo dico, quasi paura che si accorgesse di me. Per una forma di pudore mi sono appoggiato a un muro del corridoio, ho chiuso gli occhi e ho aspettato che la donna finisse il suo canto. Era avvolta in un lungo, lugubre scialle nero ed era inginocchiata nel centro dello spazio. Nella palestra non c’è quasi più il tetto, perché è crollato sui corpi delle persone quando le teste di cuoio, all’ora di pranzo del tre settembre, hanno lanciato dei razzi dall’esterno e hanno creato a colpi di cannone un enorme buco circolare su una parete esterna: da lì sono entrati e hanno cominciato a sparare. Noi abbiamo risposto al fuoco mentre tutto bruciava, mentre il rivestimento di gomma che isolava il tetto cominciava a piovere, rovente, sulle nostre teste e su quelle dei bambini. Tutti i corpi che, alla fine, sono stati estratti dal forno crematorio della palestra erano neri per via della gomma che li aveva sommersi.

Mi sono fermato a guardare la schiena della donna che respirava piano. Sul pavimento, insieme ai fiori, giace una sterminata distesa di bottiglie di plastica piene d’acqua. Per raggiungere il centro della palestra bisogna scavalcare bottiglie, calpestare petali di rosa, bocche di leone, fotografie scolorite dal sole e dalla pioggia che cadono sul linoleum perché non c’è più copertura. Sono gli abitanti del posto e i sopravvissuti che portano in continuazione l’acqua qui dentro: questo perché noi, in quei tre giorni, non abbiamo permesso a nessuno – neanche a noi stessi – di mangiare e di bere, e nella memoria dei parenti delle vittime la sete che hanno patito quei bambini è una delle nostre colpe più grandi. Io sono un guerriero e un assassino, sono la furia che si è abbattuta su questa terra dimenticata alla periferia del mondo.

Mi sono fermato ad ascoltare: la donna cantava una ninna nanna; dal fondo della sua gola proveniva, mi pare, anche il rumore strozzato e lieve di un pianto. Sapevo che stavo guardando la schiena di una di quelle madri, una madre-orfana – qual è la parola che indica una madre che ha perso suo figlio? Per un istante, ho provato l’impulso di avvicinarmi a lei e di metterle una mano sulla spalla, ma non l’ho fatto: camminando all’indietro tra le bottiglie, sono tornato verso la porta, e solo allora la madre-orfana si è alzata e si è voltata verso di me, come se avesse sempre saputo che mi trovavo lì con lei. Ho lanciato un urlo quando ho visto che non aveva il volto, ma una lunga superficie bianca come un piatto. Per un minuto, la donna non ha detto e non ha fatto niente: ha solo sollevato un dito verso un punto imprecisato della palestra – il punto dove, forse, sette anni fa lei e suo figlio erano seduti. Sono fuggito calpestando le bottiglie e i fiori, con l’immagine della donna, del suo volto che è tutti i volti e non è nessuno, che ancora adesso che sono sveglio mi osserva e mi tormenta come il segno bianco di una colpa e una memoria.

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