Su Voci di Maurizio Bettini.

Mi sono avvicinato a Voci – Antropologia sonora del mondo antico di Maurizio Bettini senza saperne granché. In un certo senso, si tratta di un libro che mi sono ritrovato tra le mani, e ho cominciato a leggerlo con la curiosità e la leggerezza tipiche di chi si avvicina a qualcosa che non conosce e non lo vincola. Ero in realtà molto attratto dal titolo – perché mi attrae ogni cosa che ha a che fare con le voci, con la pluralità e con l’aggettivo «sonoro» – ma non sapevo cosa aspettarmi da quel «mondo antico», che prometteva e promette un’incursione nell’età classica – di cui non sono certo un intenditore. Devo anche dire che la quarta di copertina scelta dall’editore ha un pessimo attacco: «La nostra vita è immersa nei suoni. Clacson di automobili, squilli di cellulari, urli o mormorii televisivi (…)», che in realtà riprende il preludio autoriale sulla fonosfera, ma che sposta tragicomicamente il baricentro dell’attenzione del lettore su una chiave di lettura che non verrà sostanzialmente mai ripresa all’interno del testo.

Faccio incominciare le Voci a pagina quattro, quando ci viene raccontato che: «Verso l’ora terza di notte, – raccontava, – si sente risuonare la frusta (flagellorum sonus). Chiedo che cosa faccia Papinio, mi rispondono che sta facendo i conti». Si tratta di un brano tratto da Seneca attraverso cui Bettini ci spiega la matrice dell’espressione popolare “facciamo i conti”: a Roma, la “calcolatrice” era uno schiavo con funzioni di segretario, pertanto la contabilità dei signori era garantita a colpi di frusta.

Ecco lo spirito di questa indagine filologicamente precisissima, acuta, profonda e per molte pagine entusiasmante, che riesce a dare un quadro della vita quotidiana, delle credenze, dei comportamenti umani e delle mitologie dell’età classica attraverso la ricostruzione dei suoni, dei versi e dei rumori che – stando a scritti e documenti – la popolavano.

A me pare un’impresa, quella di Bettini, filologo senese, meravigliosa. (Qualcuno con cui ne ho parlato mi ha recentemente detto che in realtà il suo modo di procedere è questo da tempo, e dunque il mio prossimo acquisto sarà il suo Mito delle sirene).

Ad esempio, Varrone considera gli animali (su cui è incentrato un buon 80% delle pagine) degli instrumenta semivocalia alla stregua di zappe, erpici e aratri, e scopro che il verro, a Roma, quiritat, cioè «chiede aiuto»: retaggio di una cultura contadina che viveva a stretto contatto con i suoi animali e li sentiva grugnire nel momento del loro sacrificio. Oppure scopro che – sempre a Roma – la donnola era un animale domestico, e che il suo armamentario vocale è pertanto presentissimo e tramandatissimo: gli scrittori romani probabilmente ne possedevano una, e avevano una parola per ogni sua modulazione vocale.

La ricchezza lessicale dei greci e dei latini in materia di versi animali è dovuta alla loro prossimità con loro. Così il mintrire del topo è diverso dal desticare del ratto: la classificazione delle voci è minuziosa, e tiene conto di ogni minima variazione di registro. L’uomo antico (e con lui Bettini) sente, riarticola, nomina e significa ogni atomo dell’universo sonoro che incontra e conosce.

La Babele delle lingue (o meglio: dei linguaggi) è ordinata e incredibilmente viva. Io non avevo mai pensato al mondo classico come a un mondo di rumori, di suoni, e di vicinanza con le altre specie viventi. Invece Bettini mette in scena una quotidiana spumeggiante, vivaldiana, e la intreccia con la storia della cultura e della letteratura classiche. Ad esempio ci sono voci di animali che raccontano storie: i romani sentivano gli orsi saevire, «incrudelire». Che verso è, «incrudelire»? E’ il verso di un animale concepito come folle e crudele: siccome esso è una minaccia costante, la sua voce non potrà che essere «incrudelita», e di qui il nome attribuito al suo verso. La voce dell’orso è uno spazio narrativo, un brandello di racconto: il suo significante dice la sua crudeltà e il pericolo per l’uomo.

L’ululato, invece, è insieme bestiale e umano, e per questo perturbante: chi lo sentiva (lo sente) di notte non sa dire se sia voce di animale, di uomo o di qualcosa di soprannaturale. E se è voce di uomo, è di uomo sconvolto, sofferente. La voce di bimbo sgozzato della lepre è il vagire, che è anche – secondo Ovidio – il verso che fanno i bambini quando vengono catturati e dissanguati dalle streghe – le cui voci, a loro volta, sono sottili, acute e penetranti. Il bimbo e le streghe hanno la stesa icona sonora.

Ci sono poi voci che chiamano se stesse, voci che cantano miti, voci che raccontano storie o che fungono da oracoli; ci sono uccelli che fanno il caffè e altri che lodano Dio, un cane che chiama Caino (uccisore del suo padrone, Abele), e un presepe di bestie che racconta in siciliano la nascita del Cristo:

«Gallo: Cristo nascì!

Bue: Unni? Unni?

Pecora: Bettaleeeeeeeemmi!

Asino: Jàammucci! Jàammucci!»

…ci sono profetesse che parlano come upupe invocando Apollo, e serpenti che, leccando le orecchie degli uomini, le puliscono permettendo loro di comprendere il linguaggio (che nella cultura popolare è sempre unico) degli animali.

Il mondo antico non è né morto né muto. Esso, attraverso le sue icone sonore, si chiama, si connota e si rivela.

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