Dante a Tirana.

Ismail Kadaré, Dante, l’inevitabile, Roma, Fandango, 2008

 

La prima si chiama Beatrice Hysa, la seconda Beatrice Kodheli; ce n’è una terza, Beatrice Marku, e anche una quarta: Beatrice Brahimi. Ce ne sono anche una quinta, una sesta, una decima, ce ne sono venti, trenta, cento: e tutte queste non sono che Beatrici X, perché non è stato possibile, dopo gli opportuni rilievi e la cerca dei documenti, stabilirne i cognomi. Sono persone i cui dati sono andati perduti nei registri battesimali delle chiese cristiane e musulmane distrutte dal regime albanese, ma sono anche cognomi dimenticati in patria, cambiati e obliati per essere sostituiti da cognomi più invitanti per i clienti lungo i viali di Milano, Torino, Roma, Bologna, o modificati, occidentalizzati per tutelarsi e proteggersi da qualche minaccia; sono i cognomi – questi nascosti da una X – di molte donne albanesi che non è stato possibile identificare nel corso degli anni, dopo averne recuperato i corpi in qualche punto dell’Adriatico.

Si chiude così, con queste osservazioni, il piccolo libro del grande scrittore albanese Ismail Kadaré Dante, l’inevitabile, un saggio sulla penetrazione del sommo poeta in terra d’Albania nel corso dei secoli. Si chiude con il piccolo elenco di tutte le Beatrici di Tirana e Durazzo che portano il loro nome – un nome bello e pesante – a cavallo dell’Adriatico: «Dal tuo accento si direbbe che non sei di qui: da dove vieni?» chiede a un certo punto un cliente a una puttana, «Dall’Albania» «Davvero? Non ho mai incontrato un’albanese. Come ti chiami?» «Beatrice» «Beatrice? Anche da voi esiste questo nome o è un soprannome che ti sei scelta per lavoro?» «No, Beatrice è il mio vero nome. In Albania è comune.» «Ma lo sai che cosa evoca per noi italiani?» «Certo che lo so: la Beatrice di Dante».

Mentre Dante scrive la Commedia, nei Balcani cominciano a penetrare le prime avanguardie di quell’Impero Ottomano che, alcuni decenni più tardi, inghiottirà l’Albania bandendo da quelle terre i versi delle tre cantiche. Bisogna aspettare qualche secolo perché Dante possa ritornare a calcare il suolo albanese, e precisamente il 1939, anno in cui l’Italia fascista invade il suo piccolo vicino di casa imponendo la Commedia come poema simbolo dell’unione: Dante diventa in un colpo il poeta nazionale degli albanesi: «Per sedurre l’Albania, la propaganda italiana non avrebbe potuto sognare strumento più miracoloso di questo affascinante personaggio. Ben presto si contarono decine di traduzioni, edizioni e riedizioni, ma anche circoli, gruppi di studio, società, imprese, istituti di beneficenza, concorsi e tavole rotonde, serate di gala, piazze e strade intitolate a Dante Alighieri. (…) Era la prima volta nella storia che una potenza occupante brandiva, alla testa dei suoi carri armati e dei suoi cannoni, il più bel poema dell’umanità».

Gli albanesi si innamorano di Dante, ma lo traducono a pezzi: nessuno realizza una traduzione completa del poema, i cui canti cominciano a essere tramandati perlopiù di bocca in bocca. In un certo senso, all’epoca della Seconda Guerra Mondiale, Dante in Albania fa parte della tradizione orale. Viene studiato, letto, «sentito» e amato dagli esponenti delle classi colte che, in patria o in esilio, lo considerano un padre. La Commedia non viene abbandonata nemmeno sotto il sovietismo, ma diventa una sorta di leitmotiv culturale e unificante per il popolo albanese, che percepisce i versi danteschi come qualcosa che gli è affine, vicino e amico. Sotto il comunismo, la Commedia viene tradotta, studiata, ed esce dai bar e dalle piazze per entrare nelle sale di lettura. Dante diventa per gli albanesi quel poeta nazionale che non hanno mai avuto, anche grazie a uno strambo motivo linguistico: gli albanesi infatti, da sempre – cioè ben prima dell’arrivo della Rai dalle loro parti – conoscono e capiscono perfettamente l’italiano. Kadaré sostiene che la comprensione della nostra lingua – così lontana e diversa dalla loro – è per gli abitanti dell’Albania qualcosa di istintivo, di innato. Ciò si verifica indipendentemente dal grado di preparazione e di istruzione della persona e dalle epoche. Per qualche motivo misterioso gli albanesi hanno sempre capito quello che noi italiani diciamo e scriviamo, e per tanto l’adozione del poema dantesco è stata da subito qualcosa di naturale.

Kadaré scrive: «I cimiteri delle sue prigioni [dell’Albania], in particolare, sembravano ispirati al modello dantesco. In quelle sinistre necropoli giacevano i detenuti che la morte aveva colto durante la loro pena. In base alla legge albanese, quei morti dovevano scontare gli anni restanti lì, sotto terra, prima di poter essere sepolti come tutti. Solo al termine della pena le famiglie potevano recuperare le loro salme».

C’è tutta un’affinità, dice Kadaré, tra il modo di vivere albanese e le parole del sommo poeta. Le sofferenze degli albanesi, la loro storica lotta per la terra, il loro essere sempre servi di qualcuno, la loro condizione che è spesso quella di esiliati, il senso della perdita e quello della bellezza, accomunano gli abitanti dell’Albania alla persona e alla parola di Dante. La geografia dantesca, i gironi, il tema dell’esilio, la violenza, i nomi dei personaggi danteschi appartengono al popolo albanese quasi quanto a quello italiano. Le Beatrici vive e morte non sono che il segno tangibile di questa comunanza e di questo amore.

 

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