Uwe Timm, Rosso

Le lettere, Firenze 2005

Uwe Timm, Come mio fratello

Mondadori, Milano 2007

Uwe Timm, Penombra

Mondadori, Milano 2011

Rosso di Uwe Timm comincia dalla fine e finisce all’inizio. Nel mezzo, un filo sottile lega la cronologia dei fatti del presente (che è a Berlino, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo) a una serie di reminescenze che abbracciano gli anni Sessanta, i Settanta e gli Ottanta. In una parola, la storia di Rosso è la storia di trent’anni di Germania divisa, una storia che Timm vede e ricostruisce da Ovest seguendo il filo (rosso) delle esperienze di Thomas Linde, il protagonista narratore. Thomas Linde vuol dire Tommaso Tiglio: il protagonista porta il nome di uno dei viali fondamentali d’Europa, la passerella d’ingresso nella DDR, l’Unter den Linden. Non vorrei dilungarmi troppo sulla trama, sulle vicende. Però qualcosa si dovrà pur dire: Thomas ha poco più di cinquant’anni, una passione per il jazz e una casa deserta, priva di libri, di suppellettili, di mobili e di calore; ha un passato di militante nel PC della Germania occidentale, da cui a un certo punto si è staccato; ha un’amante bellissima, Iris (altra pianta, altro fiore), che è sposata e che di lavoro “vende luce”: esegue cioè delle installazioni luminose nei teatri, nelle gallerie, nelle case dei ricchi; ha un divorzio alle spalle ad Amburgo: l’ex moglie non ha superato lo shock di un primo e poi di un secondo aborto, e ora vive contando i giorni che passano tra un intervento di chirurgia estetica e l’altro; ha un lavoro, anzi due: scrive recensioni di jazz e, per sbarcare il lunario, fa l’oratore funebre: viene cioè contattato dai parenti di persone decedute, raccoglie informazioni sulle vite dei defunti e poi, al funerale, legge dei discorsi che scrive appositamente per celebrare il morto. Thomas, nella prima pagina del libro, sta morendo. La vicenda vera e propria comincia quando viene contattato da un tizio che gli commissiona il discorso funebre per un uomo che sosteneva di conoscerlo, e che solo dopo qualche ricerca Thomas scopre essere un suo vecchio compagno di militanza, con il nome cambiato: Aschenberger, fu Peter Luders. Non conosco il tedesco, ma so che Aschen significa «cenere», mentre Berg è la «montagna». Non so se il cognome sia un composto, e se abbia senso. In ogni caso, Aschenberger per lavoro portava gruppi di turisti in giro per la Berlino comunista, e aveva un sogno: far saltare per aria la Colonna della Vittoria, l’angelo di Wim Wenders.

Su queste basi Timm costruisce il suo romanzo, che altro non è, in superficie, se non la preparazione del discorso funebre di Aschenberger, attraverso il quale Linde è costretto a ripercorrere le tappe della propria vita e di quella della nazione tedesca del dopoguerra. Presi da questo artificio, solo alla fine del libro ci si ricorda che Thomas, prima dell’incipit, ha avuto un incidente, e che dunque tutto l’intreccio non può essere altro che l’orazione funebre per se stesso. Il romanzo è costruito in modo apparentemente caotico: capitoli brevi, che continuamente saltano da una linea narrativa all’altra: da Iris all’ex moglie, dalla militanza al jazz, dal discorso (o i discorsi) da preparare alla vecchiaia che arriva e così via. La narrazione procede secondo un principio di alternanza tra aree tematiche e di significato: in un certo senso, Rosso è diviso in zone – vari segmenti narrativi che continuamente entrano ed escono dalla pagina e vanno a comporre quel mosaico di narrazioni che è il libro stesso. Il collante tra queste zone e questi segmenti, al di là dell’ovvio svolgimento del plot e di un pugno di personaggi che percorrono per così dire in diagonale lo spazio del testo e ne cuciono i pezzi, è un accorgimento stilistico forse non completamente originale, ma poderoso: ci sono infatti alcuni “ritornelli” che tornano in modo irregolare e tracciano il percorso. Questi ritornelli sono di due tipi: il primo è costituito da lacerti di un saggio che Thomas sta scrivendo da anni e che ha per tema il colore rosso in tutte le sue accezioni: saltuariamente, il testo si interrompe per lasciare spazio a dei lunghi elenchi di caratteristiche associabili al rosso e alla sua simbologia. È del tutto evidente, o almeno così mi sembra, che Linde non porterà mai a termine il suo libro, che rimane allo stato di appunti. Il secondo tipo di ritornello è costituito invece principalmente da alcune reiterazioni linguistiche, su cui dominano due espressioni: «Mi sto perdendo» e «Cari amici e parenti dell’estinto». Qui giace, a mio modo di vedere, una delle chiavi del romanzo: perché Rosso – l’ho capito dopo qualche decina di pagine – è un’unica, enorme orazione funebre alla Germania e a se stesso che Thomas Linde mette in scena a partire dal momento in cui entra per la prima volta nella casa dell’amico morto e, successivamente, ha l’incidente. «Mi sto perdendo» segnala che le divagazioni e le riflessioni sul proprio passato e la propria esperienza stanno portando il narratore fuori tema. Timm/Linde usa saltuariamente questa espressione per riportare il discorso in carreggiata. «Cari amici e parenti dell’estinto» è, invece, una vera e autentica spia che dovrebbe far capire al lettore che si trova al cospetto di un’orazione prima che di un libro. I «cari amici e parenti» sono, naturalmente, i convenuti ai vari funerali che costellano il testo, ma mi pare che siamo anche noi lettori, che leggendo assistiamo a un flusso di coscienza che fa i conti con la Storia, con il passato, con il futuro di una nazione. (Che poi l’«estinto» possa essere anche il romanzo come forma classica e non frammentaria è un’interpretazione possibile, ma non mi sento in questa sede di inoltrarmi nella questione). Ma intorno a pagina 120, Linde racconta la sua esperienza a un corso di aggiornamento per oratori funebri: fare discorsi funebri è un esercizio anche fisico, oltre che mentale; è qualcosa che ha a che fare con la respirazione, con la capacità di allontanare lo stress, con una dieta sana e regolare e con una serie di tecniche e accorgimenti utili per quella che viene considerata una vera e propria performance: «Vi è mai capitato un blackout? Un vuoto mentale? Sangue freddo, fate un bel respirone e cercate di rilassarvi, magari recitando fra voi una piccola filastrocca» (pp. 124-125), qualcosa di martellante e ripetitivo che vi accompagni per tutta l’esposizione e che sia una sorta di “porto sicuro” da cui ripartire per portare a termine il discorso. Appunto, cari amici e parenti dell’estinto: «Mi sto perdendo».

In Rosso c’è ovviamente molto di più, ma mi sembra che il nodo centrale del libro sia proprio questo. Se rileggo il romanzo (e, cosa rara, l’idea di rileggere mi è sopraggiunta nel momento esatto in cui ho letto l’ultima parola del libro), se lo rileggo in questa luce – il romanzo è un’enorme orazione funebre, è per così dire il lunghissimo discorso d’addio al compagno Aschenberger e alla sua carica storica e simbolica – che si porta via in un solo colpo la Germania del Muro, gli anni della militanza, la riunificazione e dà voce, forse, a un popolo che, ancora nel 2001, l’anno di pubblicazione del romanzo, era in preda a una crisi di identità che solo recentemente si è risolta. Allo stesso tempo, e proprio perché costretto sul letto di morte, il narratore commemora se stesso, ciò che è stato e quale delle molte Germanie ha attraversato, amato e odiato negli anni della militanza, insieme alle sue donne, alla musica e alla scrittura.

Come mio fratello invece non è un romanzo. È una ricostruzione e una biografia e una memoria: il fratello di Uwe fu un membro delle SS, combatté in URSS e vi morì. Karl-Heinz Timm è stato un nazista, e partì per il fronte quando Uwe aveva due anni. Scrivendo il libro, Timm fa i conti senza troppi fronzoli con il passato pesantissimo della propria famiglia. In un certo senso, Come mio fratello è un libro composto seguendo i frammenti e le note del diario del soldato Karl. È in qualche modo un’operazione insieme dovuta e dolorosa, asciutta, dove non traspaiono né affetto né commiserazione per il congiunto e nemmeno per il padre, che fu a sua volta collaborazionista. Il senso di colpa di Uwe per ciò che ha fatto la sua famiglia è il senso di colpa dei tedeschi di fronte alla Storia. Ci sono, credo, migliaia di Uwe Timm nella Germania di oggi, nel senso che migliaia di persone hanno ancora da qualche parte un baule che contiene un piccolo archivio che testimonia la partecipazione dei propri famigliari al nazismo; Timm però è uno dei pochi che ha deciso di aprire questo baule e di essere onesto: ha raccontato da dove proviene, chi erano i suoi e perché fecero le scelte che fecero. Quello che esce da Come mio fratello, per me, è proprio questo: un gesto insieme catartico e doveroso, che è fatto non per scrollarsi definitivamente di dosso un fardello, non per liberarsene, ma per assumersene una responsabilità che, prima di essere storica – Uwe aveva appunto due anni – è, se si vuole, di sangue.

A Berlino, da qualche parte, esiste un posto che si chiama Cimitero degli Invalidi. Vi si trovano sepolti, disordinatamente, molti dei personaggi che, nel bene e nel male, hanno costruito un pezzo della storia della Germania: eroi e vittime di guerra, medaglie al valore civile e militare. Non è, credo, un luogo di celebrazioni, è piuttosto un memento di pietra dove ogni tedesco può andare per ricordarsi di quanta morte la gloria militare si è portata dietro nel corso degli ultimi due secoli e mezzo. Ci sono generali e aviatori, membri del partito nazista, e c’è persino un monumento, costruito negli anni Novanta, che ricorda le persone uccise mentre cercavano di scavalcare il Muro. In Penombra, appena uscito per Mondadori, Uwe Timm entra in questo luogo e lo percorre, passeggiando per i viali in compagnia del guardiano. Mentre i due uomini, l’anonimo narratore e la sua guida, chiamata il Grigio, camminano, ascoltano le voci – spesso quasi inudibili – dei morti. Ognuno di loro ha una storia – la sua storia – da raccontare, piccoli e grandi livori non ancora digeriti nonostante la decomposizione, e, a volte, la civetteria, a molti anni dalla morte, di celebrare le proprie gesta. Dalle tombe, provengono le voci di molti ufficiali delle SS, di Heydrich, l’ideatore della «soluzione finale», di personaggi altrimenti dimenticati del XX secolo tedesco: attraverso di esse, prende forma, di nuovo, la storia della Germania: la Prima guerra mondiale, gli anni Venti, l’ascesa al potere di Hitler. Penombra è un romanzo corale, un’orchestra quasi ininterrotta di voci che si inseguono, si accavallano, raccontano più versioni della stessa storia, si accapigliano, e che tuttavia non riescono a nascondere le due voci principali: quella di Marga von Etzdorf, un’aviatrice che nel corso degli anni Venti e fino al 1933 compì, con alterne fortune, varie trasvolate a bordo del suo aeroplano a elica; e di Christian von Dahlem, giovane diplomatico tedesco e trafficante d’armi di stanza in Giappone. Per una notte, quando erano in vita, Marga e Dahlem dormirono assieme, separati da una tenda, e si raccontarono le proprie vite. Marga si innamorò, non ricambiata, di Dahlem, e noi la vediamo mentre sta lì, dalla parte sbagliata della tenda, e pensa a come potrebbe essere la sua vita a fianco di questa figura ambigua eppure così affascinante. La scena, che è un basso continuo di tutto il libro, mi ha ricordato una delle pagine di seduzione più belle che mi ricordi: quella in cui Yuko e Koji, in Trastulli d’animali di Yukio Mishima, trascorrono una notte di parole separati da una zanzariera. Allo stesso modo si gioca la piccola storia di Marga e Dahlem. Attraverso le voci, Timm ricostruisce non solo questo amore mancato, ma anche la vita di Marga, tra i continui fallimenti dei suoi voli, le poche vittorie, fino al suicidio, avvenuto in Siria nella primavera del ’33 apparentemente senza motivo, quando aveva 25 anni. Per qualcuno dei morti, Marga si sparò perché Dahlem la rifiutò; per qualcun altro, perché non sopportò l’umiliazione dell’ultimo rocambolesco atterraggio di fortuna; per qualcun altro ancora, e forse anche per noi che leggiamo, perché intuì che le donne aviatrici sarebbero presto diventate un formidabile veicolo promozionale per il neonato regime nazista.

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