Un vecchio pezzo su Milano, e allo stesso tempo la cronaca di un sabato sera.

Questa è la cronaca di un sabato sera, del sabato sera di ieri. Ci sono cose che mentre le vivi ti sembra che valga la pena di raccontarle, e ti sembra che ti siano capitate perché vengano scritte. È la mia piccola, misera gomorra di quartiere, figlia di un numero di ore – dalle dieci fin verso le tre – passate sulla Panda nera di un amico, Ste, a girare intorno a Milano con un pacchetto di sigarette, due vescichette dietro la caviglia e un satellitare tedesco che quasi non conosce la parola «sinistra».

È andata così. Comincia con me che chiamo Ste per sapere se ha dei programmi per la serata, verso le otto. «Veramente sì» dice «Avrei da fare una roba di lavoro. Devo fare dei sopralluoghi in giro per Milano. Se vuoi puoi venire con me». Ste lavora per una delle associazioni più conosciute da queste parti: organizzano moltissimi eventi, tra cui il Milano Film Festival e altra roba che francamente non mi ricordo. «Sopralluoghi di che?» chiedo. «Niente di speciale: dobbiamo andare in sei/sette piazze di Milano dove da luglio allestiremo dei cinema all’aperto, e controllare che le ubicazioni dei tombini dell’AEM e dell’acquedotto corrispondano alle piantine che ci hanno dato». Mi sembra un’idea divertente, un sabato sera alternativo. «Che piazze sono?» chiedo «Baggio, l’Astronave della Barona, Gratosoglio, Ponte Lambro, Martesana, Villa Litta ad Affori, Quarto Oggiaro». C’è tutta un’idea di rivitalizzazione delle periferie, palazzi dell’Aler e generico degrado, che passa anche attraverso il fatto che il Comune finanzia queste associazioni che propongono iniziative culturali e gratuite, da fare in posti dove abitualmente si pensa non ci sia un’offerta culturale valida. Si punta sulle periferie considerandole (scopriremo poi che non è così vero, perché in molti dei posti che abbiamo attraversato c’erano concerti, happening e iniziative proposte dai comitati di quartiere) territori culturalmente vergini e relativamente liberi, spazi da colonizzare portandovi un po’ delle mode del centro. Sono cose che mi lasciano perplesso, perché partono dal postulato che posti come la Barona siano tabule rase, e che in ogni caso sia efficace allestirvi qualche cosa che non tenga conto delle specificità territoriali, ma che sia solo una riproposta leggermente meno fighetta di quello che succede normalmente alle Colonne di San Lorenzo.

In ogni caso, nella calura, accetto la proposta di Ste. Ci infiliamo in macchina in zona Rho verso le dieci di sera, dopo aver recuperato le piantine, la macchina fotografica digitale e il satellitare a casa sua.  È difficilissimo uscire da casa di Ste: si è appena trasferito a Lucernate, un posto di cui non conoscevo l’esistenza prima di un mese fa; vive in una via che non ha nome e che non è ancora asfaltata. Il satellitare impazzisce subito, non sa dove siamo. Cerca continuamente di buttarci sull’autostrada, che noi vogliamo evitare. Facciamo tre volte il giro della stessa rotonda, finché non decidiamo di non ascoltare la voce della signorina che ci guida e di tirare dritto, aspettando che il computerino riprogrammi il percorso. Alle dieci di sera, negli svincoli appena fuori dalla casa di Ste, nelle vicinanze della tangenziale, è già tutta un’imperlata di puttane slave, semivestite e a volte bellissime.

Arriviamo a Baggio che c’è il problema della fontana. È la piazza dello Zoe, un locale di cui molti mi hanno parlato, ma che non avevo mai visto. Il problema della fontana è questo: è nel centro della piazza, l’acqua piove all’insù direttamente dalla terra. E’ spenta, ma c’è una grande macchia d’acqua ancora viva del diametro di tre metri in un punto dove comunque andranno messe le sedie per gli spettatori. Ste dice che è un problema, bisognerà avvisare il Comune che, per la sera del cinema, tengano spenta l’acqua. Chiediamo alle persone se sono del quartiere, e se sanno a che ora viene spenta la fontana. Troviamo una ragazzina piena di piercing che ci dice che le pare la spengano verso le otto, «ma potrebbe anche essere che no». Ste fotografa con la digitale la colonnina dell’AEM e il tombino dell’acquedotto. La piazza è piena di ventenni truccati, maschi e femmine, come i poster di queste rockstar nuove, che non si capisce se siano metal o punk o grunge o qualchecosa di nuovo che non ho più l’età per identificare. Non mi rivedo per niente in queste persone, non mi riconosco. Eppure anche io ascoltavo rock e in un mio modo dimesso seguivo le mode. Di sicuro non avrei mai speso dei minuti per pettinarmi o truccarmi, però. E non faccio tuttora attenzione all’abbinamento dei colori.

Lasciamo Baggio che l’aria comincia a rinfrescare, ed è bello stare in macchina con i finestrini abbassati. Non abbiamo la radio, i nostri discorsi sono interrotti dalla voce della navigatrice, che alle rotonde svolta sempre a destra. La fibbia del sandalo nuovo continua a scavarmi la carne della caviglia, che è protetta da un cerotto.
Alla seconda tappa, comunque, ci so arrivare. Ci sono stato poco tempo fa per vedere uno spettacolo teatrale di un’amica: era anche quello un sabato, e mi ricordo che per fare quella decina di chilometri di tangenziale che ci separano dalla Barona ci abbiamo messo quasi un’ora, per via di una grandinata biblica che ci ha costretti a camminare a trenta all’ora per tutto il tragitto. Mi ricordo che non si vedeva niente, ci fermava la vista un muro d’acqua impressionante che è scomparso di colpo poco prima dell’uscita, come se qualcuno avesse tirato una linea immaginaria oltre la quale non è consentito piovere.

L’Astronave della Barona è piena di gente, anche lì c’è ormai un locale abbastanza noto che funge da attrattore di persone e di iniziative. «Ste» dico «Ma in questi posti c’è un sacco di gente. Qui ci sono un teatro, un locale dove ogni tanto si suona, c’è movimento, un viavai continuo di persone. A quest’ora c’è più vita qui che in duomo. Siete sicuri che siano proprio le periferie quelle da rivitalizzare?»
L’Astronave ha la sua forma circolare, messa di sghembo rispetto ai palazzi. Non ci riusciamo a orientare bene e facciamo fatica a trovare i nostri tombini e le nostre colonnine. Le troviamo in un punto molto vicino a dove abbiamo parcheggiato, e siamo un po’ disorientati. Ste scatta le foto, io mi segno il numero di lampioni che dovranno essere spenti tra Astronave e parco. Ci viene da ridere: pensiamo a quelle scene di Amici miei in cui i quattro arrivano in un paesino con in mano delle carte, gli elmetti e degli strumenti, si mettono nella piazza centrale e cominciano a fingere che lì passerà l’autostrada, che di là ci sarà lo svincolo, e un po’ più sotto il Grand Hotel. Qualcuno effettivamente ci guarda strano: cosa cazzo stanno facendo questi due tipi a quest’ora con delle cartelle su cui segnano qualcosa e una digitale con cui fotografano i tombini?

Programmiamo il satellitare per arrivare in via Saponaro, a Gratosoglio. Come molte delle arterie periferiche milanesi, via Saponaro è lunga e ritorta. Fa una serie di curve e di ritorni in mezzo ai caseggiati tutti uguali, e il risultato è disorientante. Ste non ha gli indirizzi precisi dei posti che dobbiamo vedere, ha delle stampe dall’alto delle singole aree urbane, dove non sono segnate tutte le vie. Le zone che ci interessano sono cerchiate, ma non c’è mai un’indicazione precisa. Sappiamo che la via più grossa vicino al posto di Gratosoglio è appunto Saponaro, e come al solito digitiamo il numero civico 1. «Almeno ci arriviamo, poi il posto lo cerchiamo a piedi». Gratosoglio è una piccola importazione della lontana periferia moscovita: caseggiati enormi, bianchi o marroni, file di grattacieli gemelli scrostati e poveri, e parchi, parchetti, aree gioco sfasciate, baretti e panchine dove siedono branchi di sfatti, extracomunitari dall’aria annoiata e colpevole. Si sente nell’aria l’eco delle voci del concerto dei Linea 77, che suonano qui stasera nel contesto della manifestazione GratoSoul. Scendiamo in via Saponaro 1. C’è gente in giro, adolescenti italiani in piccoli gruppi, vecchi coi cani, nordafricani soli. Fermiamo un gruppetto di ragazzi, mostriamo loro la nostra mappa del quartiere, chiediamo. Una ragazzina bellissima, con gli occhi trasparenti e le guance piene, ci indica quello che secondo lei è il posto. Ma nessuno ci sa realmente indicare il punto giusto, perché questo è un quartiere tutto uguale, sviluppato in modo quasi casuale e cospirativo lungo il corpo serpentesco di Saponaro. Arriviamo in un parco dove c’è una tensostruttura. C’è poca gente, un gruppaccio strimpella classici dei Beatles. C’è un’atmosfera dimessa in mezzo ai grattacieli popolari. Ogni tanto mi devo fermare, e separare la fibbia del sandalo sinistro dall’area del tallone dove c’è la pelle viva, coperta dal cerotto che per il caldo si appiccica alla pelle della scarpa. Ma alla vista, il posto è bellissimo: enormi corpi di cemento armato sormontati da parafulmini, verde, campetti per il basket, sedi dell’anagrafe chiuse da serrande e il buio intorno. Parlo un po’ a Ste del quartiere di Mosca dove ho vissuto qualche anno fa per un paio di mesi. Richiediamo informazioni. Ci viene detto di costeggiare una cancellata, di infilarci in mezzo ai grattacieli e noi lo facciamo. Dopo una ventina di minuti di girovagare siamo finalmente nel posto dove a Ste piacerebbe programmare Independence Day. Quasi non si riesce a vedere l’ultimo piano dei palazzi, mentre i suoni del concerto dei Linea 77 rimbombano sulle vetrate. «Chissà dove diavolo è il concerto?» ci chiediamo. Facciamo i nostri rilievi, ci segniamo quello che dobbiamo segnare. Giriamo di nuovo intorno ai grattacieli, ma nella direzione opposta, perché ho idea che per di lì si faccia prima a raggiungere la macchina. Sulla strada, in mezzo alle case, incontriamo all’improvviso due tralicci dell’alta tensione. Così, nel giardinetto d’ingresso di un palazzo. All’altezza della nostra faccia c’è il cartello di metallo con scritto ATTENZIONE! PERICOLO DI MORTE, e c’è intagliato il teschio con le ossa incrociate. Ci fermiamo un attimo, interdetti. Ste scatta una foto e mi guarda con gli occhi in fuori: «Ma è pericoloso!» dice «Sono matti, hanno messo i tralicci vicino alle finestre! Non è a norma, queste cose qui ti uccidono!». Immagino che una persona con un braccio molto lungo possa uscire sul balcone e – tirandosi un po’ – possa arrivare a toccare con la punta delle dita il traliccio più vicino. Una persona la mattina si sveglia, apre le finestre, si affaccia e osserva la probabile causa della sua malattia e della sua morte che se ne sta lì, immobile nel giardino.

I tempi di percorrenza da un posto all’altro, da una periferia all’altra, sono, per la signorina che ci guida, sempre intorno al quarto d’ora. Milano è una città minuscola, rappresa, tutta chiusa su se stessa. Senza traffico non è una metropoli, ecco perché i milanesi vanno in giro solo in macchina e amano stare in coda: per crearsi – con lo stratagemma della lentezza – l’illusione di vivere in una grande metropoli dell’Europa meridionale. Arriviamo velocemente a Ponte Lambro facendo un pezzo di tangenziale est. Ci buttiamo in vie e in zone che non ho mai visto, mentre parliamo del più e del meno, dall’Italia di Lippi alle nostre situazioni sentimentali. Gli racconto come vanno le cose in università, della casa che sto cercando. Ste insegna spagnolo via mail a una sua ex collega di Milano. Le fa lezione via mail una volta al giorno. Ci inquieta un po’ l’umanità che incrociamo nell’avvicinarci all’anfiteatro sulla Martesana. Ci sono due macchine della polizia ferme nel parco, stanno controllando i documenti a un gruppo di ragazzi in scooter. Passiamo loro di fianco convinti che ci fermeranno, invece ci lasciano passare, ci lasciano fotografare i luoghi, l’AEM e l’acquedotto. C’è un’aria ferma, di desolazione e di violenza, ed è ormai quasi l’una. Puntiamo su Affori, la penultima tappa del nostro giro. Ste è nervoso, si è innervosito alla Martesana. Ci sono passate di fianco un paio di facce un po’ così, c’era la polizia, c’era qualcosa di ostile e contrario.

Ad Affori tutti guidano – chissà perché? – molto nervosamente, continuano a farci le luci e a mandarci affanculo. Noi abbiamo una Panda con una ruota – o sono i freni? – che cigola un po’, non sappiamo gli indirizzi e non conosciamo i luoghi. Ogni tre quattro minuti il satellitare ci avvisa che sta per spegnersi, perché si allenta la presa dello spinotto nell’accendisigari. «Ma non potevi portarti una cartina?» dico – io sono partigiano della carta, sempre. «Tanto non sapevo gli indirizzi» risponde Ste «e comunque guarda che ‘sto coso funziona più che bene. Ci sta portando sempre dove dobbiamo andare». Facciamo qualche giro a vuoto per Affori, finché non inquadriamo, nel dedalo di sensi unici, l’entrata probabile di Villa Litta. «Io qui ci farei un classicone» dice Ste «Mi sembra la cornice ideale. La villa vecchiotta e tenuta male, la terra battuta, il vialetto con il giardino dietro». Facciamo due passi nel vialetto sterrato, è fresco e si sta bene. Con un po’ di voglia, si possono scoprire a Milano dei luoghi che possono finire per appartenerti. Siamo stanchi, anche se è molto divertente stare in giro, e vedere questa Milano liminare e spesso mai vista.

Ci sediamo in macchina: per una questione logistica, abbiamo lasciato come ultima tappa Quarto Oggiaro. Mi accendo una sigaretta, ci guardiamo. È l’una e mezza passata. Ste è ancora molto nervoso, nessuno dei due è realmente tranquillo. «A Quarto Oggiaro… a quest’ora di notte» dice uno di noi due. Ste si ricorda che nel posto dove dobbiamo andare – perché lo conosce, ci è già stato una volta; anzi, a un certo punto comincia a fare tutto un discorso che non ho capito sul fatto che lui, a Quarto Oggiaro, ci veniva a prendere il pane. A Quarto Oggiaro? A quindici chilometri da casa! –, si ricorda, insomma, che nel posto dove dobbiamo andare l’altro ieri hanno fatto una retata. «Hanno portato via un po’ di gente, giravano pure gli elicotteri e… c’era Raul Bova» «Raul Bova?» «Ma sì… deve fare qualche telefilm sulla polizia o giù di lì, se lo portano in alcune missioni per farlo impratichire sulle azioni. Almeno così ho letto». Insomma, ci diciamo, vediamo com’è la situazione, forse il quartiere in questo momento non è molto tranquillo, e non è esattamente il massimo che due tipi si presentino in piena notte a fare foto e a segnarsi cose in un dossier a due giorni di distanza da una maxiretata.

Partiamo. «Al massimo non scendiamo dalla macchina» dice Ste «tiriamo dritto». Queste zone un po’ le conosco, ci passo in treno tutti i giorni e mi ci sono perso un paio di volte in macchina, quando decido di seguire l’istinto e di svoltare a caso per vedere «cosa c’è di là». Ma nel centro di Quarto non sono mai stato. Entriamo in un vialone lungo e dritto, in tutto e per tutto uguale a quelli che abbiamo attraversato per tutta la sera. La signorina meccanica vuole che svoltiamo a sinistra (si è finalmente ricordata questa parola, e sono quasi le due) e poi a destra. Arriviamo a destinazione. È lo spazio dove hanno girato Fame chimica. Adesso sono definitivamente inquieto anch’io. Mentre cerchiamo parcheggio e ci passiamo davanti, i fari di una vecchia Citröen si accendono; percorriamo la via Capuana in mezzo a due file di macchine parcheggiate strette. Non c’è spazio per la nostra Panda, dobbiamo rifare il giro. Spengo il satellitare e lo metto sotto il sedile. Uno scooter con a bordo due ragazzi vestiti di verde, senza casco, ci sta davanti per un tratto. Il passeggero si tiene al sedile e continua a girarsi verso di noi. Tagliamo per una via sulla destra. In fondo, si vede lo spazio di Fame chimica con le sue case popolari a ferro di cavallo e la fila di portici con i negozi e gli ingressi delle scalinate. Qui ci stanno i casalucesi. Parcheggiamo dietro la Citröen, che adesso ha il motore e i fari spenti. Al posto di guida c’è una ragazza (o una donna, non ho visto bene) che sta fumando. Parcheggiamo, e lei accende motore e fari. Io e Ste ci guardiamo, ci stiamo accorgendo di tutto, anche se in realtà non riusciamo a capire se ci sia veramente qualcosa di cui ci dobbiamo accorgere. I due in scooter ci passano di fianco, lentamente. Hanno rifatto il giro e hanno buttato l’occhio su dove eravamo. Ste tra i denti dice che secondo lui questi qui sui motorini è gente che fa le ronde. Ci sentiamo al centro di un’attenzione quasi burocratica dal tanto che è efficace, ma non sappiamo se ce la stiamo immaginando o è reale. Siamo in mezzo alle case. La piantina dice che per trovare acqua e AEM bisogna attraversare tutto lo spazio, infilarci in un portico e superare il più lungo dei palazzi. «Lo dobbiamo fare davvero?» chiedo «Vediamo. Ormai siamo in mezzo. Magari niente foto» dice Ste. Non c’è nessuno, e ormai siamo qui, tanto vale fare quello che dobbiamo fare. Trovo sulla pianta la zona dove andrà messo lo schermo. Ste tira fuori la macchina digitale e scatta una foto, nonostante quello che ha appena detto. La luce del flash mi illumina la faccia. «Hai fotografato me?» chiedo «Sì, ci sei anche tu» dice.

Dal fondo del cortile compare la figura di un ragazzo che butta la cicca e si avvicina a grandi falcate. È magro e piccolo, con i capelli biondi tagliati cortissimi. Per un attimo non sappiamo se fare o no finta di niente e ci guardiamo. Poi è lui a parlare: «State facendo delle foto?» chiede. Guardo Ste di traverso. Il tizio assomiglia a Pisellì, o forse sono suggestionato. In fondo, nel punto di intersezione tra due palazzi, compare un altro ragazzo, più grosso di Pisellì e vestito da rapper. Spieghiamo per sommi capi la faccenda dei sopralluoghi. «A me non interessa cosa fate» dice Pisellì «L’importante è che nelle foto non ci sia io». Qui Ste ha la buona idea di avvicinarlo ancora di più e di fargli vedere un po’ di scatti. Nel frattempo gli raccontiamo dei posti dove siamo stati stasera. Da quando abbiamo cominciato a parlare c’è meno tensione nell’aria. Intanto si avvicina anche l’altro ragazzo: «Ma voi proprio a quest’ora del sabato venite qui a fare le foto?» chiede. Rispondiamo dicendo che era l’unica sera possibile, che sono quattro ore che vaghiamo per le periferie di Milano e che essendo di Saronno ci siamo lasciati Quarto come ultima tappa. Sembriamo convincenti, nel nostro candore. Improvvisamente Pisellì riconosce Villa Litta di Affori «Ci sono stato!» dice. Questo è il momento in cui capiamo che forse tutto filerà liscio. Ste – secondo me sbagliando, come gli dico poi in macchina – dice che se è un problema mette via la macchina fotografica. Spieghiamo ai due che dobbiamo andare dall’altra parte del palazzo, e nel frattempo, per dare un tono professionale, dico a Ste che abbiamo raggiunto il punto dove verrà posizionato lo schermo. «E fatecelo fare pure a noi, il film!» dice Pisellì. «No, non hai capito:» dico «non dobbiamo fare un film; qui metteremo giù delle sedie, si farà un cinema all’aperto!» «Ah, vabbé» risponde Pisellì, che forse per un momento ci aveva davvero sperato – lui che quando qui hanno girato Fame chimica era troppo piccolo per partecipare. Ci salutano e ci dicono di non metterci troppo tempo, e a questo punto siamo definitivamente tranquilli. Ci buttiamo dall’altra parte del palazzo, troviamo subito la colonnina AEM. Pisellì e il suo amico compaiono all’improvviso, ci stanno a distanza, fingono di bere da una fontanella. Io e Ste parliamo a voce alta, chiara, di robe tecniche che ci inventiamo sul momento per rassicurarli sulle nostre buone intenzioni.

«Siamo due cretini» ci diciamo poi, una volta tornati in macchina. Abbiamo appena dato la buona notte a Pisellì e al suo socio, che immediatamente dopo sono spariti dietro i portici. La tizia della Citröen non c’è più, insieme alla sua macchina. Forse ha passato il testimone, o forse sono paranoie nostre. «Siamo due cretini, cazzo, ci è andata bene!» «E comunque» dico «forse è stato meglio arrivare qui come ultima tappa, a notte piena…» «Perché?» «Immagina di venire qui alle 10, e trovare, invece che due persone, cinquanta! Immagina di dover spiegare a cinquanta persone che – a due giorni da una retata – due imbecilli arrivano a fotografare le colonnine dell’AEM per proiettare un film a luglio! Immagina che ce ne sia anche uno che per una qualsiasi ragione del cazzo non ci crede!» Ste accende la macchina, ci avviamo per tornare a casa. Ricompare quasi subito uno scooter che ci sta di fianco per qualche decina di metri. Entrambi ci confessiamo che per tutto il tempo che siamo stati nello spazio con Pisellì e il suo amico ci siamo sentiti come in torto. Abbiamo avuto la sensazione di invadere un territorio e un mondo, di essere per un quarto d’ora il centro dell’attenzione di un sistema diverso, e di turbarne gli equilibri. Ci siamo sentiti stupidi e invadenti, chissà perché? È una brutta sensazione che ci prende tutto il viaggio di ritorno, accompagnata dall’idea di essere stati seguiti, monitorati e scannerizzati per tutto il tempo in cui siamo stati lì. Siamo stati al centro delle loro comunicazioni e delle loro preoccupazioni, e magari all’inizio ci hanno pure scambiati per sbirri in borghese. «In ogni caso» chiedo alla fine a Ste «Cosa cazzo ve ne fate della connessione con l’acquedotto per proiettare un film?» Ride: «Perché lo schermo su cui proiettiamo è uno schermo portatile, gonfiabile» risponde «Ci sono quattro specie di cubotti – si chiamano plinti – che vengono riempiti d’acqua e attaccati con delle funi ai quattro angoli dello schermo, e funzionano come delle specie di zavorre. Stabilizzano lo schermo e di conseguenza l’immagine, e non si può mica pensare di riempirli con l’acqua di una fontanella!»

Siamo sulla statale, sono le due e mezza e siamo sfiniti. Ste va molto piano, ci sono moltissime puttane, slave anche qui, e moltissime macchine che si fermano per guardare la merce e contrattare. Ci sono tante Milano, con ritmi diversi, facce diverse e strade uguali, e miserie uguali. Facciamo qualche commento sul fatto che cose come quella di stasera si fanno a diciott’anni. «Ci è andata bene… però è stata una bella serata!» «Io mi sono divertito un casino» «Sì, ci siamo divertiti».

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