Un finto reportage.

Tra le molte cose che si dicono, a Mosca, a proposito del quartiere Rublëvka, c’è una specie di ritornello che gira tra la gente comune come tra i super-ricchi: tra i residenti, chi ha un conto in banca inferiore a 10 milioni di dollari è considerato una sorta di outsider, un residuo di quella middle class che è stato tanto faticoso allontanare per fare della zona un’immensa area immobiliare per miliardari e oligarchi.

Tutti dicono: la Rublëvka, la Rublëvka. Ne ho sentito parlare in tutti i modi, ma io non ci sono mai andato. E dire che, a Mosca, ci sono stato molte volte, una volta all’anno quando studiavo all’università, e in seguito ancora due o tre volte come turista. Che ci andavo a fare, io, alla Rublëvka? Conosco una ragazza italiana, che lavora come ricercatrice all’università di Mosca, che ci è stata e ci è addirittura tornata: uno di loro, uno di quelli, l’aveva contattata chissà come perché cercava un’insegnante privata di italiano per la figlia, una bambolina di cinque-sei anni a cui un’altra ragazza insegnava l’inglese – la lingua del business – e un’altra ancora insegnava il cinese – l’altra, nuova lingua del business. La bimba, appena entrata in età scolare, è oggi quasi perfettamente quadrilingue.

«Tu sei stata a casa loro? Sei stata nel cottage di un oligarca russo? Hai conosciuto la moglie e la figlia?» chiedo alla mia conoscente.

«Per poco: anche se guadagnavo in un’ora quello che guadagno normalmente in un mese, non ce l’ho fatta a continuare. La Rublëvka è troppo lontana, è fuori dal mondo: è allo stesso tempo un ghetto per ricconi e un’area indefinita e indefinibile. Ci sono gli autisti, i camerieri, le attrici, i potenti; ci ha vissuto anche Naomi Campbell con un fidanzato, l’immobiliarista Vladislav Doronin, e non ci si arriva se non con la macchina – che io non ho».

«E come ci andavi?»

«Veniva a prendermi uno degli autisti con un’enorme auto dai vetri oscurati».

«Veniva a prenderti fin sotto casa?»

«No. Ci trovavamo in un posto».

«E l’italiano? Perché volevano che la bambina imparasse l’italiano?»

«Perché i russi – anche i nuovi russi – hanno il mito dell’Italia: Dante, Leonardo, il Rinascimento, la pittura, i tesori dei papi, dei Borgia. Li attrae ogni manifestazione dello splendore, anche se non sempre la capiscono. Per loro, la nostra è la lingua più musicale in assoluto, la più bella. L’Italia è il sogno: avere una casa in Toscana è un punto d’arrivo, e conoscere l’italiano è un ulteriore motivo di prestiž».

«Questo lo so. Non sapevo che valesse anche per gli oligarchi, per questa casta di ultramiliardari che ha tutto fuorché il gusto e la sensibilità per certe cose».

«È come ti ho detto: tutto è una questione di prestiž. Sono attratti da qualunque cosa li faccia sentire ai vertici dell’élite».

 

La Rublëvka non è un quartiere

Arrivare alla Rublëvka da Mosca non è semplicissimo: bisogna avere una macchina, possibilmente almeno una «Mers» – come gli oligarchi chiamano confidenzialmente le Mercedes -, e cominciare a percorrere il monumentale Kutuzovskij Prospekt, una delle grandi, trafficatissime vie della capitale (anzi, come dicono i russi, una delle «prospettive») che da un’ansa della Moscova porta verso la periferia. Il Kutuzovksij è il posto dove i moscoviti hanno da poco finito di costruire una piccola city fatta di enormi grattacieli di vetro e acciaio, e dove i turisti in cerca di storia vanno a vedere Park Pobedy, il parco della Vittoria sui nazisti, con il museo della guerra e l’obelisco celebrativo alto più di 140 metri; è il posto dove, in epoca sovietica, molti capi del Partito avevano le loro residenze private in città. Percorsi i tredici chilometri della prospettiva, si svolta in Rublëvskoe Šosse e, di qui, nella via Rublëvo-Uspenskoe, ormai persa nella campagna alle porte di Mosca. Qualcuno – evidentemente influenzato dalla disponibilità economica degli abitanti – crede che il nome di queste lunghissime arterie, in tutto oltre trenta chilometri, venga dal rublo. Non è così: viene da Andrej Rublëv, il più grande pittore russo di icone nella storia dell’ortodossia. Del resto, come si vedrà a breve, chi vive alla Rublëvka ha ben poco a che fare con rubli e copechi, ma vive e ragiona in dollari americani.

La Rublëvka, lo si sarà capito, prende dunque il nome dalle vie che vi conducono. Eppure, in un certo senso non esiste: è infatti una serie di piccoli villaggi, di zone abitate anche distanti qualche chilometro l’una dall’altra, che solo per comodità viene chiamata con il nome che l’ha resa celebre. Barvicha, Žukovka, Nikolina Gora, Poduškino, Zubalovo (ora Kol’čuga) formano quel complesso di boschi, dacie, cottage, centri del lusso, SPA, piscine e campi da golf che è ormai diventato, secondo «Forbes», se non il posto più esclusivo quello più costoso del mondo. Soprattutto Barvicha, il più elitnyj dei complessi residenziali, raggiunge prezzi inimmaginabili: un cottage può arrivare infatti a costare dai 50 ai 60 mila dollari al metro quadro. Un giro sui siti internet delle agenzie immobiliari de luxe della regione di Mosca rivela però un fatto significativo: la trattativa per la compravendita di un immobile alla Rublëvka è quasi sempre privata, e non viene mai rivelata la base economica di partenza. Solo alcuni siti, come http://www.rublevka-online.ru, la cui mascotte è un Superman che porta in volo una sacca piena di dollari, rendono pubblici i costi delle case.

 

La storia è nei villaggi

È dal Seicento che i russi che contano gravitano attorno alle terre della Rublëvka: i nobili moscoviti vi risiedevano nei mesi estivi per sfuggire alla calura di Mosca; gli zar, da Ivan il Terribile a Pietro il Grande, da Aleksej a Caterina seconda, avevano qui le loro riserve di caccia. Nel Novecento, uno dei primi bolscevichi a stabilirsi da queste parti fu Iosif Stalin, che ebbe una casa alla Žukovka dal 1918: lasciò il quartiere nel 1932, in seguito al suicidio della sua prima moglie, avvenuto proprio nella dacia fuori città. Con lui, il capo della Čeka Dzeržinskij, i membri del Politbjuro Mikojan e Vorošilov, il ministro degli esteri della seconda metà degli anni Trenta Molotov, e poi Kamenev e Bucharin. Alla Rublëvka il Partito ospitava anche i membri dei partiti comunisti stranieri in esilio, come la Pasionaria Dolores Ibarruri.

Non di sola politica e nobiltà si è però alimentato il mito della Rublëvka: fin dai primi anni dello stalinismo, infatti, alcune dacie vennero assegnate a personalità importanti del mondo della cultura: dal 1938 al 1945 lo scrittore Aleksej Tolstoj (che non ha nessuna parentela con il conte Lev) abitò in una dacia che gli fu regalata da Stalin in persona come premio per la fedeltà dimostrata alla Causa; nella stessa casa vive oggi Pëtr Aven, il presidente di Al’fa-Bank, la banca più potente di tutte le russie. Aven è considerato in patria un uomo da 4 miliardi di dollari. Anche i cineasti Michalkov e Končalovskij hanno abitato qui, e poi attori, cantanti, étoiles del Bolšoj. Ci vive ancora la figlia di Šostakovič, cui il Partito aveva concesso una casa nel 1960 perché andasse a funghi e facesse sci di fondo.

Scrivere una storia degli abitanti della Rublëvka è in un certo senso scrivere la storia del Novecento russo. Il regime, infatti, ha sempre premiato i suoi fedelissimi – o coloro che, attraverso la loro arte o professione, davano lustro all’Unione Sovietica – regalando delle residenze in posti esclusivi. Ottenere una casa alla Rublëvka, o a Peredelkino, che si trova un po’ più a sud, o, ancora, tra i boschi di Sokol’niki, significava essere entrati nelle grazie del Partito e poter vivere di conseguenza una vita tranquilla. Significava a volte anche il contrario, come accadde a Pasternak: la sua dacia di Peredelkino, villaggio che nel corso degli anni ha ospitato tra gli altri Čajkovskij, Tarkovskij, Babel’ e Bachtin, non era un premio per le sue qualità poetiche, ma un modo per allontanarlo da Mosca e per conoscerne gli spostamenti. Il regime “confinava” in patria le figure che mal tollerava recidendo i legami tra queste e le loro amicizie e tenendole sotto stretta sorveglianza. A Peredelkino, nel più completo isolamento, Pasternak coltivò per anni il suo orto e portò a termine Il dottor Živago, ma questa è un’altra storia.

Tra i boschi della Rublëvka, l’Unione sovietica organizzò anche alcune fattorie collettive e, dopo il crollo del regime, molti degli abitanti dei kolchoz rimasero a vivere dove erano sempre stati. È a queste persone che all’inizio degli anni Novanta il nuovo sistema degli oligarchi ha sottratto senza troppi scrupoli le abitazioni: semplicemente, i nuovi russi hanno speculato su questi territori che fino al ’91 erano di proprietà dello Stato, hanno cacciato le famiglie che vi abitavano, e vi si sono insediati. Esistono da qualche parte, presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, delle richieste di intervento avanzate dagli abitanti illegalmente sfrattati che non sono mai state prese in considerazione, forse anche perché hanno casa alla Rublëvka, oltre ai miliardari, personaggi politici come Putin, Medvedev, il leader nazionalista Žirinovskij, e poi Gorbačëv e l’ex sindaco di Mosca, il multimiliardario Lužkov, odiato da Putin per questioni extra-politiche e rimosso dalla sua carica nel settembre 2010 «in relazione alla perdita di fiducia del Presidente della Federazione Russa».

 

Com’è fatta la Rublëvka.

«Insomma non ci si può andare» chiedo.

«Ma no, non è che non ci si può andare, solo che ci si mette almeno due ore».

«Due ore? Ma sono trenta chilometri!»

«Sì, ma sono trenta chilometri di coda. Tu non hai idea di quante persone vadano e vengano in continuazione dalla Rublëvka».

«E chi sono queste persone?»

«Autisti, lacché, prostitute, faccendieri, biznesmeny, gente della tv, politici, portaborse, militari…»

«Militari?»

«Ma lo sai anche tu: questo è un paese militarizzato. Sarà capitato anche a te: ti chiedono i documenti dovunque e in qualsiasi momento, ti portano nei posti di polizia solo perché si annoiano, ti fanno storie se fotografi la metro o i palazzi di governo. Figurati cosa può essere là, dove è pieno di telecamere e dove l’esercito e le guardie del corpo private presidiano ogni pezzo di muro… Anche se recuperassimo una macchina o un taxi, capirebbero subito che non siamo dei loro e comincerebbero a chiedersi che cosa ci facciamo là».

«Allora, visto che non mi ci porti, raccontamela».

«La prima cosa che mi viene in mente, è che in qualsiasi punto ti trovi, ti senti osservato. Siccome non sei ricco, desti sospetto, quindi nel giro di un’ora vieni fermato un numero incalcolabile di volte ai controlli. C’è tutto un protocollo: hanno dignità di girare tranquillamente per la Rublëvka solo quelli che possiedono le macchine giuste, le pellicce e gli accessori che fanno tendenza a Milano e Parigi. Per le vie dei villaggi, loro girano a volte con delle minicar che pagano dieci volte il prezzo di mercato. È una specie di regola: se una cosa costa cinque ma la puoi pagare venti, sei ben felice di farlo, perché dimostri agli altri che sei pieno di soldi e non hai paura a spenderli. È un discorso che vale anche per le case: comprano i cottage e li ristrutturano con quel non-gusto parahollywodiano e volgare che hanno gli arricchiti. Trovi ville anche molto antiche ridipinte di rosa, giallo, viola; ci aggiungono capitelli, volte, cupole stile “vecchia Russia” – hai presente la cattedrale di San Basilio, no? – si fanno fare affreschi con i santi sui muri perimetrali, e la cosa pazzesca è che questi santi hanno le loro facce: trovi Cirilli e Metodi con le fattezze di banchieri, grandi industriali, mafiosi conclamati, icone con il bambino che ha la faccia dei loro figli…»

«Sembra una specie di Gomorra per ultramilionari».

«Appena hanno fiutato l’affare, tutte le maggiori griffe del mondo si sono precipitate lì: Dolce & Gabbana, Ferrari, Gucci, Lamborghini, Maserati, Prada, Armani. Se vai al Luxury Village alla Barvicha – che è un po’ l’epicentro di tutto il sistema – trovi solo boutique dove la parola d’ordine è ljuks (de luxe alla russa): le commesse sono donne bellissime il cui sogno è sposare uno dei clienti, e alcune ce la fanno! Gli oligarchi fanno a gara a chi ha la moglie o l’amante più bella e alla moda, a chi ha più bodyguard: chi ne ha cinquanta è due volte più invidiato di chi ne ha venticinque. I giornali di gossip stimano che alla Rublëvka ci siano patrimoni personali per un totale di 100 miliardi di dollari».

«Davvero?!»

«Fa’ il conto: qui hanno casa Abramovič, Deripaska, Prochorov, Fridman, Alekperov, Usmanov, Machmudov, Evtušenkov, Chodorkovskij…»

«Non so chi siano».

«Beh, Chodorkovskij per esempio è l’ex presidente di Jukos, il colosso petrolifero post-sovietico; Alekperov è il presidente di LUKoil; Deripaska è appena stato indicato come il nono uomo più ricco del mondo; Abramovič sai bene chi è… la cosa incredibile è che la metà di quelli che ti ho nominato ha poco più di quarant’anni».

«Ma come è possibile?»

«Hanno tutti approfittato del caos finanziario dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Hanno allacciato contatti con la classe politica che da El’cin in poi è andata al governo, comprando a due lire o espropriando territori ricchi di materie prime, che appartenevano allo Stato ma che nessuna legge, dopo il Muro, poteva tutelare. Con El’cin, tutto è stato privatizzato velocemente e senza regole: miniere, giacimenti, imprese statali… si vendevano azioni a prezzi stracciati, ma nessuno, in Russia, dopo settant’anni di comunismo, sapeva cosa fosse un’azione: i pochi che lo sapevano – giovani rampanti ed ex membri della nomenklatura – hanno comprato imperi con pochi dollari».

«E adesso tutti vivono alla Rublëvka. Ma perché? Possono abitare dove vogliono, perché stanno tutti qui?».

«Hai presente la Casa sul lungofiume?».

 

La Casa sul lungofiume.

Di fronte al Cremlino, sull’altra sponda della Moscova, c’è un mastodontico edificio grigio sul cui tetto oggi campeggia lo stemma della Mercedes. Nei 505 appartamenti che lo compongono, oggi, ça va sans dire, risiedono membri dell’alta borghesia moscovita, che hanno a disposizione piscine, cinema, supermercati… ma in epoca sovietica qui risiedevano alti membri del Partito e dell’intelligencija. La Casa sul lungofiume, simbolo del potere e del raggiungimento di uno status socialista, era allo stesso tempo un luogo di controllo e delazione, come dice Jurij Trifonov nel suo capolavoro, La Casa sul lungofiume, pubblicato in Italia da Editori Riuniti: pare che tutti i portinai e gli addetti alle pulizie fossero agenti del KGB, e che il loro compito fosse quello di riferire sulla buona condotta degli inquilini; allo stesso tempo, gli inquilini stessi erano “invitati” a tenere d’occhio comportamenti dei dirimpettai, in quell’ottica pienamente sovietica che vuole che tutti controllino tutti.

Alla Rublëvka vige lo stesso principio “sovietico”: nel ghetto elitnyj, da una parte, gli oligarchi vivono a stretto contatto in modo da non mescolarsi alla gente comune; allo stesso tempo, frequentando gli stessi posti, scambiandosi mogli, mariti e amanti, comprando nelle stesse boutique, possono tenersi d’occhio l’un l’altro, secondo il principio, come dice Serena Vitale in A Mosca, a Mosca!, del bellum omnium contra omnes. L’Unione Sovietica non c’è più, ma rimangono alcuni dei suoi principi basilari.

 

Oksana, Ksenija e «Peris Chilton»

Forse il vero simbolo della Rublëvka, però, non sono né le megaville né gli Abramovič né i Putin, ma una donna, nata nel 1968 (anche se, dice, «l’unica cosa che vale la pena contare sono i soldi, non gli anni»), immobiliarista, fondatrice della prima agenzia russa di bodyguard donne (un vero trend tra i miliardari) e autrice di una serie di bestseller tradotti anche in italiano: Oksana Robski. Tre mariti, tra cui due oligarchi uccisi in circostanze poco chiare («quando hanno ucciso il mio secondo marito, sono andata da un’amica a cui era capitata la stessa cosa tre anni prima» dice, «per chiederle come aveva fatto a superare la cosa. Lei aveva in mano una tazza e mi ha detto: “Sai, io penso ogni giorno: questa era la sua tazza preferita”. Allora ho capito che non volevo vivere come lei nel passato»), e l’ultimo, ancora vivo, l’ex calciatore Igor’ Šalimov, sposato nell’aprile del 2009 e abbandonato nell’ottobre dello stesso anno, Oksana è autrice di Casual (tradotto in quindici lingue: in italiano, Nessun rimorso, Mondadori), un thriller ambientato alla Rublëvka il cui successo internazionale ha fatto – giurano le agenzie – lievitare ulteriormente i prezzi degli immobili del quartiere. Si trovano in rete decine di foto di Oksana in compagnia di petrolieri, banchieri, attori famosi: gira spesso alle presentazioni dei suoi libri indossando una maglietta con la scritta Libertà per gli oligarchi e ha scritto anche un prontuario – andato a ruba – su Come sposare un milionario insieme a un’altra figura da Dinasty, Ksenija Sobčak: figlia del sindaco di Pietroburgo, Ksenjia è considerata, grazie al patrimonio, a qualche fidanzato e a un paio di servizi fotografici sexy, la «Paris Hilton russa». Conduce da anni un reality sul trendissimo canale tv TNT e il suo pensiero è il miglior riassunto della nuova Weltanschauung à la Rublëvka: «Non mi piacciono i bambini, non voglio farmi una famiglia. Credo che il capitalismo sia il miglior contraccettivo». Ksenjia e Oksana riempiono le pagine dei rotocalchi e sono considerate da tutte le ragazzine di Mosca e Pietroburgo dei modelli di lifestyle e di successo perché, si dice, incarnano l’ideologia imperante, quella del lusso. Sono lontani i tempi in cui, e si era solo negli Novanta, Viktor Pelevin, in Generation P (Babylon, Mondadori), descriveva la Rublëvka e l’élite che la abita come un vero e proprio bordello. Oggi queste figure e il loro modo di vivere fanno scuola: la comunità degli straricchi russi ha, da settembre 2010, anche la sua rivista patinata di riferimento, Snob. Pubblicata esclusivamente in lingua russa (il motto è «Vorrei essere in grado di leggerla!»), la rivista ha sede a New York, e circola solo tra Manhattan, Londra, Parigi e Mosca: vi si parla di biznes, mercato dell’arte, politica.  Il numero di ottobre ha in copertina uno dei più celebri tra i residenti alla Rublëvka: Michail Gorbačëv. Del resto, in lingua russa, la parola «snob» può indicare anche semplicemente uno «che ce l’ha fatta».

 

 

Questo articolo è uscito sul numero 2 della rivista «Studio».

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