Grossman contra Vollmann

 

Vassilij Grossman

Vita e destino, Milano, Adelphi 2008

Traduzione di Claudia Zonghetti

pp. 827, euro 34

William T. Vollmann

Europe Central, Milano, Mondadori 2010

Traduzione di Gianni Pannofino

pp. 1066, euro 25

Circa quarantacinque anni separano le uscite di due opere mastodontiche, epiche e straordinarie che presentano, a ben vedere, numerosi tratti in comune: so che può essere un azzardo tentare di tracciare un percorso parallelo tra le pagine di uno dei più grandi romanzi mai stati scritti, Vita e destino di Vasilij Grossman, e il capolavoro di un classico del futuro, quel William Vollmann che ha dato vita a Europe Central. Tuttavia, a qualche mese di distanza dalla lettura del romanzo dello scrittore di origini ucraine, mi trovo spesso a pensare che, forse, sotto certi aspetti, Europe Central ne sia la declinazione contemporanea.

Grossman aveva impiegato circa un decennio a scrivere il libro, che considerava una sorta di Guerra e pace del Novecento. La vicenda della pubblicazione del manoscritto, che l’autore non vide mai stampato, è complessa e tristemente celebre. È riassunta in modo sufficientemente completo da questa nota contenuta nel sito italiano dedicato alla memoria dello scrittore (http://www.grossmanweb.eu/manoscritto.asp):

«Il 14 febbraio 1961 gli agenti del KGB sequestrano il manoscritto e tutte le copie dattiloscritte di Vita e destino. Grossman aveva affidato due copie dattiloscritte a due persone fidate: la prima, in bella copia, battuta a macchina, a Semen Lipkin. La seconda, battuta a macchina, con molte correzioni autografe, a Vjačeslav Ivanovič Loboda.

Dopo la morte di Grossman, Lipkin tenta di portare clandestinamente la sua copia in Occidente. Ne vengono fatti due microfilm: il primo a opera di Vladimir Voinovič e il secondo a opera di Andrej Sacharov e di sua moglie Elena Bonner nel loro laboratorio clandestino. Alla fine degli anni Settanta, Rosemarie Zigler, ricercatrice austriaca in Slavistica, passa il confine nascondendo i due microfilm in una “scatoletta” non più grande di un pacchetto di sigarette. A Parigi, la “scatoletta” viene consegnata a Efim Etkind, illustre critico e filologo. Giunto in Occidente nessun editore vuole pubblicare l’ennesimo “romanzo di guerra”. Lo fa Vladimir Dimitrievič, editore svizzero di nazionalità serba. Insieme a Simon Markiš, Etkind svolge un accurato lavoro filologico per mettere insieme i due microfilm e ricostruire le parti che la qualità pessima delle fotografie ha lasciato incomplete. Nel 1980 esce, pubblicata da L’Age d’Homme la prima edizione di Vita e destino, in russo e con varie lacune. Da questa edizione derivano le prime traduzioni in francese (L’Age d’Homme, 1981) e in italiano (Jaka Book, 1982). Nel 1988 il romanzo approda finalmente in Russia. Vita e destino viene pubblicato prima a puntate nella rivista “Oktjabr’”e poi in volume dall’editore “Knišnaja Palata”. Vjačeslav Ivanovič muore in un incidente stradale. La custodia del dattiloscritto passa a sua moglie Vera Ivanovna che lo nasconde in cantina. Solo dopo l’uscita in Russia dell’edizione di Losanna, Vera Ivanovna consegna agli eredi di Grossman la propria copia di Vita e destino con le correzioni autografe. È finalmente l’edizione integrale, che viene pubblicata a Mosca nel 1990. L’intestazione recita: «Secondo il manoscritto dell’autore».

Non c’è altro da aggiungere, salvo che l’edizione moscovita del 1990 è stata tradotta in italiano da Claudia Zonghetti e pubblicata nel 2008 da Adelphi. Non ci sono più scuse: insieme al Chisciotte, ai grandi romanzi di Dostoevskij e Tolstoj, a Moby Dick, a Joyce, Proust e Kafka, da due anni a questa parte abbiamo a disposizione anche Vita e destino. Accompagnata da pochissime note di copertina, l’edizione italiana del libro avrebbe forse avuto bisogno di un apparato di note più consistente delle quattro-cinque disseminate nel testo: è difficile per il lettore non «russofilo» districarsi nelle decine di personaggi che si muovono da Stalingrado a Mosca, da Saratov a Kujbišev, dalla Siberia alla Germania nazista; difficile perché sono moltissimi, perché a volte lo stesso personaggio non compare nel testo per due o trecento pagine, perché ci sono i nomi propri, i cognomi, i patronimici e i soprannomi. Soprattutto, leggendo, mi chiedo quanti lettori non esperti di slavistica riescano a captare alcune sfumature del testo, alcuni rimandi alla situazione storica o a personaggi letterari: Vita e destino è costruito anche su un labirintico intreccio di riferimenti alla vita russa, ai discorsi di Stalin (celebre quello della «chiamata alle armi» del ’41 – che Grossman cita letteralmente in almeno un paio di punti – in cui il dittatore, con voce incerta, si rivolse via radio alla popolazione chiamando il popolo sovietico, per la prima e unica volta, «Fratelli e sorelle») e alla costituzione «staliniana e democratica» del ’36; è inoltre pieno di riferimenti alla grande letteratura prerivoluzionaria (faccio un esempio quasi insignificante, ma che rende l’idea del sostrato letterario su cui Grossman fa leva: il capitolo 57 della terza parte, p. 799 dell’edizione Adelphi, si apre così: «Le veglie alla fattoria della Lubjanka…». Il riferimento è alla celebre raccolta di racconti ucraini del primo Gogol’, quelle Veglie alla fattoria di Dikan’ka che sono un punto fermo della letteratura ottocentesca russa, ma che forse avrebbero bisogno di una specificazione per chi non è uno studioso del folklore ucraino), e così via.

Vita e destino era nato con il nome di Stalingrado, perché nella mente dell’autore doveva essere un’opera totalmente dedicata alla grande battaglia, che Grossman aveva vissuto come cronista; già alla fine della prima stesura, il titolo era però cambiato: Per la giusta causa. Solo alla fine della redazione finale, clamorosamente più ampia rispetto agli intenti, si arriva al titolo con cui lo conosciamo: un titolo tolstojano, che mette la «vita» e il «destino» laddove un secolo esatto prima c’erano la «guerra» e la «pace». A pensarci, basterebbe questo per fare di Grossman l’unico vero erede del conte Lev: che cos’è infatti l’epica se non lo sviluppo di queste quattro parole?

Europe Central è un libro del 2005 che Mondadori ha tradotto solo quest’anno. Frutto di anni di viaggi e di ricerche, il volume di Vollmann è un’incursione in circa sessant’anni della storia d’Europa – grossomodo dall’epoca della rivoluzione d’ottobre e della repubblica di Weimar fino alla metà degli anni Settanta, ossia dall’infanzia/adolescenza di Dmitrij Dmitrievič Šostakovič, vero «spirito guida» del testo, agli anni immediatamente precedenti la sua morte. Salutato in copertina da uno strillo del supplemento letterario del “Times”, che lo giudica uno dei romanzi capitali degli ultimi anni, Europe Central non è un romanzo, ma una raccolta di racconti a specchio di diseguale lunghezza in cui la reiterazione di alcuni ritornelli (su tutti quel «Siamo 190 milioni. Non potete ammazzarci tutti» pronunciato dalla partigiana sovietica Zoja sul patibolo, e che risuona numerose volte nelle orecchie ora della popolazione sovietica, ora dei gerarchi nazisti, ora di Šostakovič stesso) e di alcuni personaggi scandisce l’andamento narrativo e rende l’opera, alla lunga, una sorta di «romanzo mascherato».

Nell’infinita mole di note, specificazioni e ringraziamenti che corredano il volume, e che sono opera maniacale dell’autore, compare, ovviamente, un riferimento a Vita e destino.

Quello che mi piacerebbe riuscire a dimostrare è che secondo me esiste un filo rosso che parte da Tolstoj e arriva a Vollmann passando per Grossman. La mia tesi trova però da subito un primo ostacolo, che ha a che fare con l’origine delle opere in questione: laddove Grossman scrive la sua straordinaria epopea partendo da quello che ha realmente visto e vissuto sul campo, Vollmann basa il suo capolavoro su ricerche d’archivio, su interminabili colloqui con esperti di storia tedesca e sovietica dall’una all’altra parte del globo e su una buona dose di fiction, ammessa con candore dall’autore stesso nella postfazione autografa. Inoltre, Europe Central, per quanto leggendo si sia tentati di dimenticarsene, è l’incursione del Novecento europeo da parte di un americano, mentre la mole di esperienze e di dolore personale che ingravida Vita e destino, benché sia nascosta sotto una lingua asciutta e non sia aliena da elementi di finzione, proviene tutta dalla biografia di Grossman. È una differenza importante, perché, come dice sempre Vollmann, in Europe Central i personaggi, che siano storici o inventati, sono, appunto, personaggi, figure tridimensionali partorite dall’autore; in Vita e destino questo discorso vale solo fino a un certo punto, perché se è vero che, a parte i personaggi storici, i personaggi di invenzione sono frutto della fantasia di Grossman, è allo stesso tempo altrettanto vero che in ognuno di loro il lettore esperto può trovare riferimenti a personaggi reali o alla biografia dell’autore. Valga un esempio tra i tanti: l’episodio incredibile della telefonata tra Stalin e il fisico Strum – forse tra la decina di personaggi principali quello più vicino al grado di protagonista –, che di fatto solleva Strum dal rischio di finire in Siberia e gli spalanca le porte per la gloria sovietica, è un calco della celebre telefonata tra Stalin stesso e Pasternak avvenuta a metà degli anni Trenta. Ogni riga di fiction, in Grossman, nasce dalla Storia.

Semplificando forse un po’ troppo, vorrei provare a descrivere i tratti generali delle due opere, la loro struttura. La narrazione a specchio di Vollmann è condotta secondo un regime strettamente cronologico e alternato: un capitolo dedicato al mondo sovietico e uno a quello tedesco (Weimar, Reich, ricostruzione). Ogni racconto è focalizzato su un personaggio, che di volta in volta può essere storico (i feldmarescialli del Reich, i generali, Hitler in persona, quasi mai direttamente nominato ma definito il «sonnambulo», Stalin, i generali sovietici, Šostakovič, Anna Achmatova) o di invenzione (soldati, membri del popolo, artisti). Ci sono dei momenti a cui Vollmann dà maggiore rilevanza di altri: ad esempio, l’assedio di Leningrado (i famosi 900 giorni e 900 notti), punto di contatto tra i due mondi come lo è Stalingrado per Grossman. L’idea in nuce dell’opera, secondo lo stesso Vollmann, è quella di costruire una narrazione in cui, come recita il risvolto di copertina, «(…) vengono poste a confronto storie personali segnate dalle più terribili decisioni che individui posti in condizioni estreme siano mai stati chiamati a prendere. Il risultato è una rassegna sconvolgente e inedita delle azioni umane in tempo di guerra spesso basata su figure storiche realmente esistite; poeti, militari, traditori, artisti e musicisti: dal giovane tedesco che entra a far parte delle SS per denunciarne i crimini, ai due generali che collaborano con il nemico per motivi differenti, dalla poetessa Anna Achmatova al compositore Dmitrij Sostakovič a molte altre figure. L’autore cambia continuamente voce, punto di vista, protagonista, muovendosi sempre all’interno degli stessi ambienti: i gulag, la Guerra civile di Spagna, i processi farsa di Stalin, il bagno di sangue di Stalingrado, i campi di sterminio nazisti, i terrori che hanno preceduto e accompagnato la Seconda guerra mondiale». La particolarità dell’opera è che queste situazioni-limite sono in qualche modo “doppie”: per esempio, la storia del generale tedesco von Paulus, passato ai sovietici dopo essere stato catturato, è bissata da una storia analoga di segno opposto, con il sovietico Vlasov passato sotto Hitler.

Nel groviglio e nell’orrore della Storia, Vollmann sceglie delle persone, degli individui che vi si trovano immersi e li segue in un momento cruciale della loro vita rendendoli in qualche modo emblema di qualcosa: la resistenza alla dittatura, la sofferenza (per guerra, per fame, per amore), la creazione artistica (da Šostakovič all’artista tedesca Kollwitz, autrice di «Madri con bambino morto»), il tradimento, il coraggio. Europe Central è insomma un enorme contenitore di frammenti straordinari che a poco a poco, con lentezza, concorrono a costruire un epos immaginario ed emblematico.

Questo principio è relativamente simile a quello di Vita e destino: anche qui, infatti, sullo sfondo della Storia si muovono le vite di una miriade di personaggi sovietici e tedeschi. Se Strum e la famiglia della moglie, i Šapošnikovy, sono il perno attorno a cui ruota la vicenda, è pur vero che l’essenza del romanzo è costituita da una serie pressoché infinita di variazioni, di microstorie di figure più o meno legate alla famiglia protagonista e che agiscono in vari contesti: dai lager nazisti ai GULag, dalle varie linee fronte ai laboratori di fisica sperimentale di Mosca e Kazan’, dal Cremlino ai bunker tedeschi. Insomma, come già aveva fatto Tolstoj, Grossman racconta la Storia attraverso le storie, e anche Vita e destino, dunque, è formato da frammenti, da lampi narrativi che illuminano una porzione di mondo e di orrore.

Il volume, tripartito, inizia con l’avanzata tedesca verso il Volga, racconta la reazione sovietica e termina con la vittoria dell’Armata rossa. Questo schema è in tutto e per tutto analogo a quello di Guerra e Pace. Infatti, «Anche il romanzo di Tolstoj si apre con i russi in difficoltà e con Napoleone che li sbaraglia nella battaglia di Austerlitz. Anche in Tolstoj avviene poi il ribaltamento della situazione e la vittoria ed il riscatto del popolo russo» (Gabriella Alù, http://nonsoloproust.splinder.com/post/19420987).

Entrambe le opere sono soggette, mi pare, a un magistero artistico-letterario che non solo è dichiarato, ma continuamente ribadito e in qualche modo mantenuto come costante per così dire filosofica lungo tutto il corso del testo: parlo della persona e dell’opera di Šostakovič da una parte e della persona e dell’opera di Čechov dall’altra. Europe Central  è inoltre dedicato alla memoria di Danilo Kiš, grande scrittore jugoslavo dimenticato troppo in fretta, i cui racconti di Una tomba per Boris Davidovič, per stile, visione, crudezza e furia documentaria potrebbero costituire dei capitoli dell’opera di Vollmann e ne sono sicuramente una matrice narrativa.

L’importanza di Šostakovič per Vollmann è evidente: la figura del compositore, insieme a quella della sua amante Elena Kostantinovskaja (un rapporto che nella realtà durò pochi mesi e che non lasciò strascichi), moglie del regista di regime Karmen, è uno dei fili che tengono unita la trama, che a suo modo è contrappuntistica. Dove c’è Šostakovič c’è lo struggimento per il rapporto con Elena, che il compositore, dopo aver amato, non incontra per anni; dove c’è questa sofferenza, c’è la reazione e l’oltranza artistica: Šostakovič compone. È soprattutto su un’opera in particolare che Vollmann si sofferma, descrivendone la genesi e i motivi in un racconto lungo e complesso, Opus 110, che prende il nome dal numero di catalogo del Quartetto per archi n.8 in do minore (composto nel 1960). Altre opere sono lo spunto per alcuni momenti del libro: Una Lady Macbeth nel distretto di Mčensk, la Sinfonia n.7 dedicata a Lenin (scritta, dice Vollmann, per compiacere il Cremlino e continuare a vivere in libertà; secondo Vollmann, Šostakovič odiò per tutta la vita quella che è una delle sue sinfonie più famose), la Sonata in re minore per violoncello e pianoforte opus 40. Šostakovič è l’artista inviso al regime, povero e sempre in pericolo, che però non si piega ai Diktat di partito, salvo scrivere a un certo punto una lettera di abiura nei confronti di alcune sue opere «moderniste» e «formaliste» – condizione per garantirsi la possibilità di continuare a lavorare; è anche l’artista che, come capitò a Tolstoj a fine Ottocento, è troppo famoso per essere liquidato e che, tutto sommato, non ha mai fatto niente di apertamente antisovietico e pertanto è difficilmente attaccabile. La sua parabola è molto simile a quella di Strum, in Vita e destino: fisico geniale, ha scoperto una teoria sul movimento degli elettroni che è una delle massime conquiste della scienza sovietica; si tratta però di una teoria troppo «formalista», troppo poco pragmatica e «socialista», e piano piano, sobillati dai delatori, i colleghi gli fanno il vuoto attorno. Strum, da sempre un buon cittadino nella particolare accezione sovietica, ossia un individuo attento a non scoprirsi in pubblico e a non pronunciare frasi sospette, si trova a un passo dalla Lubjanka. In filigrana, ma neanche troppo, Grossman racconta le vere ragioni dell’isolamento di Strum: si tratta di un tema di cui la storiografia parla ancora troppo poco, ma è noto che, dopo il periodo del grande Terrore, nel ’37-’38, e almeno fino alla metà degli anni Quaranta, la politica stalinista fu profondamente antisemita (con la scusa di un complotto antisovietico di marca ebraica patrocinato dall’esule Trockij). La colpa di Strum, al di là del formalismo, è insomma quella di essere ebreo. Nume tutelare del protagonista di Vita e destino – e oltre a Tolstoj, anche di Grossman – è il Čechov dei racconti (bellissimo il momento in cui, mentre ha perso il lavoro e teme per la propria vita a ogni squillo del telefono, Strum rimprovera alla moglie Ljudmila di non amare Il vescovo). Il grande scrittore russo compare a più riprese, nel testo, compreso un momento cruciale in cui, parlando di Čechov, Grossman sembra fare un’autentica dichiarazione di poetica: «Čechov si è caricato sulle spalle la mai nata democrazia russa. Il cammino di Čechov è il cammino di libertà della Russia. (…) Čechov ha portato nel nostro immaginario tutta la Russia nella sua imponenza, tutte le sue classi, i ceti sociali e le età… ma non solo! Ce li ha portati tutti, milioni e milioni,  democraticamente! (…) E come nessuno aveva fatto prima di lui, nemmeno Tolstoj, ha detto: siamo prima di tutto esseri umani, lo capite? Esseri umani, uomini, persone! Lo ha detto come nessuno aveva mai fatto prima. Ha detto che l’importante è che gli uomini siano prima di tutto degli uomini, e solo poi arcipreti, russi, bottegai, tatari, operai. (…) Čechov ha detto: Dio si faccia da parte e si facciano da parte le cosiddette grandi idee progressiste. Partiamo dall’uomo, mostrandogli bontà e attenzioni chiunque egli sia (…)» (pp. 266-267).

Quello che ha fatto Čechov, Grossman lo ha rifatto in Vita e destino aggiungendovi l’epos.

La struttura stessa di Europe Central autorizza un parallelismo, se non un paragone, tra le due grandi dittature del Novecento. Sbaglia secondo me chi sostiene il contrario, anche alla luce di Vita e destino: come Hitler pianificò il male, così fece Stalin. Come Hitler individuò in alcune categorie di persone (ebrei, omosessuali, dissidenti e così via) il nemico da distruggere, così fece Stalin, eliminando dissidenti, scrittori, kulaki, ebrei e persino disabili. Se ci sono differenze, sono di carattere ideologico e non fattuale. Non voglio entrare troppo in argomento, perché non mi compete e perché ho la sensazione che dia il la a classificazioni e gare di cattiveria che mettono tristezza. Se è vero che ci sono differenze – come rilevava ad esempio Primo Levi, che però non visse tanto a lungo per vedere le carte degli archivi del KGB – è anche vero che negli ultimi vent’anni si sono moltiplicati i racconti di chi è passato attraverso il GULag, e narra esperienze non molto dissimili da quelle patite da chi è sopravvissuto ai Lager. Un giro al museo dei GULag a Mosca, sulla Petrovka, dovrebbe bastare per capire che l’orrore, quando c’è, è sempre uno. Leggendo Europe Central quello che sbalordisce è l’assoluta affinità di sentimenti dall’una come dall’altra parte, e la somiglianza, a voler ben guardare, delle reazioni, e delle motivazioni delle reazioni. Su questo argomento, Vita e destino è quasi un romanzo a tesi: se sono di più, in termini numerici, i ragionamenti che Grossman dedica apertamente all’hitlerismo e ai campi, è allo stesso tempo innegabile che una delle idee motrici del romanzo sia l’equiparazione dell’orrore. Valga per tutti la vicenda del comunista Mostovskoj, rinchiuso in un lager tedesco e interrogato dal capocampo Liss – a cui oppone un dostoevskijano, cristologico silenzio – nel capitolo 15 del secondo libro: si tratta di un altro pugno di pagine centrali per capire il sostrato filosofico del romanzo: «Due poli! Proprio così! Perché se così non fosse, oggi non combatteremmo questa guerra tremenda. Siamo i vostri peggiori nemici, è vero. Ma se noi vinciamo, vincete anche voi.» (p. 378). «Non c’è nessun abisso tra di noi! Se lo sono inventato. Siamo due ipostasi della stessa sostanza: uno “Stato di partito”. I nostri capitalisti non sono i nostri padroni. È lo Stato a fornire loro un piano e un programma. È lo Stato a intascare produzione e profitto. (…) E il vostro Stato di partito fa lo stesso: fornisce un piano e un programma e intasca la produzione. E dà uno stipendio a quelli che voi chiamate padroni, gli operai» (p. 382). «Il socialismo in un solo paese esige che si elimini la libertà di seminare e di vendere, e Stalin non ha esitato a far fuori milioni di contadini. Hitler s’è reso conto che il socialismo nazionalista tedesco aveva un nemico: l’ebraismo. E ha deciso di eliminare milioni di ebrei. (…) Si fidi. Io ho parlato, lei ha taciuto, ma so di essere il suo specchio» (p. 383).

Alla luce di tutto questo, mi pare di poter dire che Europe Central sia una specie di continuazione, o meglio, di rimeditazione dei temi di Vita e destino: ciò che Grossman compie su un territorio culturale, etico e personale profondamente russo, Vollmann torna a farlo con il piglio dello studioso che rimette in circolo, in straordinaria forma narrativa, molti dei motivi elaborati dal collega ucraino. Ci sono, nelle due opere, molti altri possibili ingressi attraverso i quali corroborare questa tesi. Quelli di cui ho scritto sono quelli che mi sono balzati subito all’occhio. La grandezza di Vollman sta nel riuscire, da americano, a elaborare un epos intimamente europeo e documentato fino al limite della maniacalità. La grandezza di Grossman sta invece, forse, nell’aver rideclinato Tolstoj in chiave novecentesca e, soprattutto, nell’aver riscoperto, rivitalizzato e reso narrativamente insuperabile il grande tema dell’anima russa.