Il crollo delle aspettative

Milano mi manca. Non posso dire di amarla, ma vivere a Bologna è come essere quel bambino figlio di genitori poveri che, la vigilia di Natale, sta appiccicato a un vetrina dove sono esposti giocattoli che non può avere. È una questione di prospettive, di architettura, di respiro. Il pezzo che segue è una specie di recensione di un libro di Luca Doninelli, Il crollo delle aspettative. Scritti insurrezionali su Milano. È un pezzo scritto a quattro mani con Teo Lorini: la parte di Teo, però, manca, e non so più dire se è perché l’ho perduta o perché non è mai stata scritta. Milano mi manca perché è l’unica città italiana su cui si possono scrivere degli scritti insurrezionali.

Milano non la si può amare, o forse sì.
Se penso a Milano, penso istintivamente a qualcosa di terminale eppure incompiuto. Penso al colore bianco (il suo cielo), al grigio (le sue strade, la scala cromatica dei suoi punti di fuga), al giallo (le sue foglie nel periodo dell’anno che più le compete), a un cerchio (le sue circonvallazioni), a un guscio di noce (Milano è piccola, e non ha spazi dove lo sguardo si possa perdere), a un lavandino che perde (la sua umidità), a un coperchio (da Milano mi sembra sempre di non poter uscire), alle scarpe che indosso (perché a Milano giro sempre guardandomi i piedi). Penso a qualcosa che si prepara ad accadere e che poi non accade.
Penso anche a chi nel corso degli anni – soprattutto a partire dall’epoca del boom – è riuscito a cantare Milano, e a dedicarle dichiarazioni d’amore strazianti o autentiche, ironiche o disilluse. Penso a queste persone e non capisco: sono cresciuto senza amare Milano, prendendo da lei quello che mi può dare e restituendole il minimo indispensabile per non esserne rifiutato. Non sono mai riuscito a entrare nell’ottica di chi ha con Milano quel rapporto carnale che un parigino ha con Parigi, un napoletano con Napoli, un romano con Roma. Parigi, Napoli o Roma meritano di essere amate, Milano invece può incutere alternativamente rispetto, orrore, rabbia, timore, al limite una forma d’affetto che mai potrà – per me – essere amore.
Luca Doninelli ha scritto su Milano un libro che è una raccolta di saggi e di interventi redatti nel corso del tempo, e che è un grido di dolore e di rabbia scagliato contro una città che poteva essere amata e non è riuscita a farsi amare. L’ha chiamato Il crollo delle aspettative – che è un titolo bellissimo e in qualche modo profetico. Guardo la copertina: si tratta evidentemente di uno scorcio di via Cusani, che da Cairoli porta a via dell’Orso, nel quartiere di Brera. Si vede un lembo di strada, con alcune macchine parcheggiate sul lato destro. È un’immagine di fine anni Ottanta, perché ci sono una vecchia Golf, una Renault 5, una Passat. C’è lo scorcio di un palazzo e, in fondo, dei manifesti elettorali attaccati al muro dello slargo di via Broletto. Ci sono i cavi del tram – il tram che è così milanese. E c’è, soprattutto, il volto enorme di una donna con gli occhiali da sole che guarda verso il cielo; la donna occupa metà dell’immagine e cattura l’attenzione e lo sguardo. Tutti, guardando questa copertina, guardano lei. Armani ha comprato, o affittato con la formula del vitalizio, quel muro di Brera, e da anni ci incolla le sue pubblicità di 30 metri per 20. Sul muro di via Broletto ci sono stati attori, modelle, cantanti, calciatori. È uno dei punti di riferimento del centro di Milano per chi, come me, viene da fuori: «Ci troviamo sotto il manifesto di Armani», ci dicevamo da ragazzi, e non si poteva mancare l’appuntamento.
Il crollo delle aspettative è in fin dei conti tutto qui, nel fatto che il quartiere storico di Brera, con i suoi artisti, i suoi pittori, la sua pinacoteca, l’osservatorio e la sua splendida biblioteca sia immediatamente riconoscibile nell’immagine di una donna che indossa degli occhiali da sole e catalizza l’attenzione.
Ma perché il crollo delle aspettative? Oggi Milano, dice Doninelli, sembra tarata su una tipologia umana ristretta: trent’anni, single, impiegato/a, fighetto/a, aperitivonoide, in tutto e per tutto impossibilitato/a a far la storia di questa città che da vent’anni a questa parte si è fermata, ha finito di dire la sua e non se ne è ancora del tutto accorta. È un problema, scrive Doninelli, che ha radici negli anni Ottanta della «Milano da bere», quando alla grande borghesia illuminata degli anni Sessanta si è sostituita una classe dirigente priva di uno spessore intellettuale. Milano è implosa richiudendosi su se stessa, si è scoperta incapace di programmare il proprio futuro, ha virato bruscamente verso un orizzonte produttivo che non comprende una rinascita culturale nel senso etimologico del termine, e ha perduto la propria riconoscibilità, il proprio genius loci. A Milano manca lo splendore, un posto che è meglio di un altro. La città manca di una propria cifra estetica e culturale, perché le grandi istituzioni (non si risparmia niente e nessuno: il Piccolo, la Scala, la Stazione Centrale, l’Università, il Politecnico, il Tribunale, Brera, la Sormani) hanno perso quel loro ruolo di primedonne, di vettori lungo i quali i milanesi e la milanesità si collocavano e si riconoscevano. Milano oggi organizza l’evento ma non è mai l’evento. La crisi è tutta qui, in questo lento spegnimento che non è vissuto tragicamente dalla città, in quanto è diluito nel tempo e nello spazio: il disastro di Milano è che non ha avuto un autentico disastro, uno shock culturale, ma ha tutto sommato continuato a vivacchiare da par suo senza accorgersi del progressivo impoverimento delle risorse e delle proposte.
Il libro di Doninelli sta a metà tra il canto d’amore per una città e il grido disperato per la perdita di un’identità e di una serie di possibilità: è un percorso – spesso condotto a piedi, via per via – nei luoghi chiave della milanesità, ed è un processo di riconoscimento di quello che era, avrebbe potuto essere e non è. Di Milano, siano le chiese, l’apparato ecclesiastico che ha edificato a propria immagine e somiglianza questa città i cui assi radiali sono segnalati da chiese e istituti religiosi, per arrivare al centro nevralgico della madonnina; sia la mutazione in atto ormai da tempo, e che ha trasformato una città industriale in un polo del terziario in un contenitore vuoto per lo shopping; siano i suoi cortili, gelosi custodi della società matriarcale lombarda, lavoratrice e ospitale e oggi perduta, chiusa e razzista; sia l’assenza di spazi, di punti di fuga, di prospettive aperte dove poter respirare l’aria del mondo; sia la mancanza quasi totale di punti di aggregazione, e di acqua, e di ponti; sia l’incapacità tutta milanese di «godersi la vita»; sia la sua vocazione di capitale mancata, di eterno studente; sia la memoria scomparsa dei grandi milanesi: Manzoni, Verdi, Gadda, su fino a Testori per non dire di Leonardo, che milanese non era, ma che questa città l’ha almeno parzialmente fatta senza che nessuno sembri ricordarselo; siano tutte queste e altre cose ancora: «Noi percepiamo Milano sempre sulla soglia di una scomparsa, come se il domani non dovesse esserci, (…)».
Il crollo delle aspettative è l’attestazione di un’agonia e di una disillusione. È la messa su pagina di una perdita. Sorprendentemente Doninelli non cita nemmeno una volta Bianciardi, il toscano, che già negli anni Sessanta aveva capito tutto questo, e aveva prefigurato questo crollo e questa fine. Che Milano soffrisse di un male oscuro lo si è sempre saputo, ci è sempre stato detto, ma con gli anni Ottanta se ne è persa la coscienza, benché già vent’anni prima un toscano alcolista e disperato ne avesse già delineato i contorni. Ci sarebbero molte cose da fare – e Doninelli ne elenca alcune negli ultimi capitoli – ma su tutto regna il sentimento di una fine, come se Milano, nella sua piccolezza, avesse in qualche modo chiuso un percorso che si pensava splendido, e che così non è stato.