Tre incontri, tre libri

Quella che viene sarà una settimana di viaggi e di incontri tra Milano, Torino e Bologna. Parlerò di tre libri diversi ai quali, per motivi differenti, tengo moltissimo:

Il demone a Beslan, Mondadori 2011Lunedì pomeriggio, a partire dalle 17, sarò ospite dell’associazione culturale Anime Salve Spa: presso il Bar Bocconi, in via Roentgen 1 a Milano, ci sarà un aperitivo/discussione sul Demone a Beslan.

Diavoleide

Martedì a mezzogiorno, invece, sarò all’università degli studi di Torino, in via Verdi 25, per tenere una lezione (che, immagino, sarà piuttosto una chiacchierata amichevole) su Diavoleide con gli studenti del corso di lingua e letteratura russa della professoressa Nadia Caprioglio, che ringrazio per l’invito.

diario-di-uninsurrezione-coverGiovedì sera alle 21,30 , infine, alla libreria Modo Infoshop di Bologna presenterò il libro d’esordio di Sergio Baratto, Diario di un’insurrezione.

Un debito con il diavolo. Note sulla traduzione di Diavoleide di Bulgakov.

Metto qui il testo – lunghissimo – del seminario sulla traduzione di Bulgakov che ho tenuto martedì 2 ottobre alla Casa delle traduzioni di Roma. Ringrazio la direttrice Simona Cives e tutto il personale per la disponibilità, l’ospitalità e per avermi permesso di confrontarmi con chi il mestiere di traduttore lo fa davvero. Ringrazio Daniela Di Sora, Marina Fanasca e tutta la redazione di Voland per avermi invitato.
Per chi vuole, il pdf dell’intervento è disponibile sul sito della Casa delle traduzioni: comune.roma.it/PCR/resources/cms/documents/tarabbia_traduzione.pdf.

So che molti di voi, in questa sala, fanno i traduttori di professione o aspirano a farlo. Io no, io non sono un traduttore, e onestamente credo di essere la persona, qui dentro, che ha meno diritto di stare dietro questo tavolo a raccontarvi delle cose sul vostro mestiere. Però mi è capitato di tradurre un libro, recentemente, e di fare alcune riflessioni non solo sulla traduzione, ma sull’atteggiamento che ho nei confronti di quelli che considero i miei maestri e sulla lingua degli altri. Questo ha a che vedere con il lavoro di traduttore, ma non solo: ha a che vedere con la letteratura in senso lato. Dunque ve ne posso parlare.

Scrittori che traducono scrittori
Dal 1983 al 2000, Einaudi ha pubblicato una collana di cui avrete sicuramente sentito parlare: si chiamava Scrittori tradotti da scrittori e, lo dice il nome, prevedeva che dei classici della letteratura mondiale (soprattutto dell’800 e della prima metà del 900) venissero restituiti al pubblico di lingua italiana non grazie alla mediazione dei traduttori, ma degli scrittori, che qui si mettevano al servizio della lingua e del mondo di qualcun altro. Era una collana bellissima: vi collaborarono, per esempio, Giorgio Manganelli – che tradusse Fiducia di Henry James –, Natalia Ginzburg – sono sue le versioni di alcuni libri di Maupassant -, Gianni Celati – che si occupò di Jack London; il senso dell’operazione era dare una seconda vita ai classici e di farli dialogare, sulla pagina, con degli autori contemporanei. Io leggevo le traduzioni di Manganelli, della Sanvitale, di Tadini, ed ero consapevole di trovarmi davanti, se posso dire, non a uno, ma a due libri: quello il cui titolo e il cui autore campeggiavano in copertina e quello, invece, che mi arrivava filtrato dalla penna di uno scrittore italiano, vivo, e che amavo. C’erano due libri in uno: erano due mondi che si incontravano e di cui mi divertivo a scoprire i legami, gli amori, le idiosincrasie. Manganelli che traduce James non è solo un traduttore: è uno scrittore che rovescia sulla pagina una sua versione del mondo del grande scrittore americano.
Sono andato a vedere come Gian Carlo Ferretti parla di Scrittori tradotti da scrittori nella sua Storia dell’editoria letteraria in Italia; ebbene, Ferretti non vi si sofferma granché: si tratta del resto di una collana che in 17 anni ha prodotto solo 36 opere. Però dice una cosa per me molto importante: «Scrittori tradotti da scrittori, o classici tradotti da contemporanei, (…) riprende un’idea e impostazione praticata da Vittorini fin dai tempi del suo lavoro alla Bompiani[i]».
È vero. È stato con Vittorini e con la sua Americana che, nel 1941, l’Italia ha cominciato a conoscere un po’ di Stati Uniti. Tutti, poi, siamo più o meno cresciuti con la traduzione che Pavese fece di Moby Dick. Ancora oggi, benché, lo confesso, penso in certi passaggi la lingua di Pavese risenta un po’ del peso degli anni, non riesco a immaginare di poter leggere il libro di Melville in una versione che non sia quella. Allo stesso modo, ci sono delle traduzioni di Landolfi (per esempio quella dei Racconti di Pietroburgo di Gogol’[ii]) o di Ripellino (su tutte, quella delle poesie di Chlebnikov[iii]) che hanno fissato una volta per tutte la mia percezione di quei mondi e delle voci dei loro autori. L’elenco, mi rendo conto, potrebbe essere lunghissimo, dunque mi fermo qui. Mi preme però spiegare una cosa: che cosa intendo quando dico «fissare dei mondi e delle voci». La letteratura è per me per prima cosa una questione di voce: ogni volta che mi siedo al tavolo per scrivere un libro, o meglio, ogni volta che comincio a rimasticare l’idea, l’ambientazione e i personaggi di quello che potrebbe diventare un mio libro, la cosa su cui maggiormente studio, ragiono e mi informo non è, mai, la trama, la vicenda. Mi è capitato di scrivere libri senza conoscerne in anticipo il finale o addirittura alcuni snodi narrativi: il momento in cui capisco che è ora di sedermi e cominciare a scrivere, in cui mi dico «Sono pronto, posso cominciare» è quando ho finalmente chiaro chi racconterà la storia, come la racconterà e, soprattutto, perché. Il lavoro preparatorio a un romanzo, per me, consiste principalmente nello stabilire da dove viene la voce che parlerà al lettore: mi immagino spesso che scrivere un libro sia un po’ come sedersi al tavolo di un bar e raccontare una storia a un interlocutore che non conosco di persona. Che cosa vorrà sapere, questo interlocutore, prima che io inizi a parlare? Vorrà sapere chi sono, da dove vengo e con quale diritto gli sto chiedendo alcune ore del suo tempo per ascoltare delle cose che lui, fino a poco prima, non immaginava esistessero. Per questo, i miei narratori dicono sempre «io» e si pongono nei confronti di ciò che narrano come se stessero fornendo una testimonianza. Questa è, più o meno, la voce che cerco di restituire nei miei libri. Allo stesso tempo, questa è la voce che cerco nei libri degli altri. Mi chiedo sempre da dove venga la voce che sta raccontando, se abbia una sua giustificazione e un motivo sufficiente perché le dedichi il mio tempo. Molti degli autori che preferisco, da Volponi a Malaparte, da Mo Yan a Sebald a Bernhard, hanno questo in comune: individuano subito un «emettitore di voce», gli danno un corpo e una biografia e lo fanno raccontare. La stessa cosa la fa Dostoevskij, anche se in modo meno netto: i Karamazov, per esempio, sono raccontati da un anonimo cronista che ha assistito al processo di Mitja ed è in grado, grazie alle informazioni che ha raccolto, di stendere una cronaca degli avvenimenti. Non mi interessa che questa cronaca sia fedele o verosimile o verificabile: mi interessa che ci sia qualcuno (un narratore, l’autore stesso e così via) che nel corso del testo si assuma la responsabilità del dettato. Nel caso di un libro che leggo in traduzione, questa responsabilità è per così dire doppia: c’è quella dell’autore/narratore, e quella di chi traduce. Se quest’ultimo è uno scrittore – cioè uno che è già arrivato al pubblico con un mondo suo – capirete che la questione della voce e della responsabilità si amplifica a dismisura. Mi spiego tornando a Moby Dick: recentemente, UTET ha pubblicato una nuova traduzione del capolavoro di Melville[iv]; le note di copertina spiegano che il testo è stato condotto sull’edizione critica pubblicata da Longman nel 2007, che mira a riproporre «For the first time, Melville’s great novel as it was written, edited, and censored». Non entro ovviamente nel merito dei criteri dell’edizione: dico solo che Giuseppe Natale, che l’ha tradotta in italiano, la fa iniziare così: «Chiamatemi pure Ismaele»[v]. L’inizio, celeberrimo, di Melville è, come sapete, semplicemente «Call me Ishmael». Ora, so bene che, per una serie di implicazioni, è verosimile e persino corretto aggiungere quel «pure», ma non è questo il punto: il punto è che Pavese ha fissato in «Chiamatemi Ismaele» uno degli inizi più memorabili di tutti i tempi, e io, come lettore, da questa voce non voglio e non riesco a uscire[vi]. Paradossalmente, la traduzione di Pavese è la più letterale e aderente al testo, quella di Natale è, seppur più didascalica, meno diretta, più mediata. Ma in «Chiamatemi Ismaele» ci sono un’epica, un’angelicità (per dirla con Elémire Zolla). In «Chiamatemi pure Ismaele» c’è solo filologia.

Pagare i debiti
Quando ho avuto i primi contatti con Voland per una traduzione di un classico russo, io ho pensato a tutte queste cose. Fin dalla sua nascita, ho considerato la collana Sìrin classica una sorta di gioiello: da una parte rinverdiva i fasti degli Scrittori tradotti da scrittori, con tutto quel che ne consegue; dall’altra, aveva rimesso sul mercato una serie di titoli, da Chadži-Murat di Tolstoj alla Varen’ka Olesova di Gor’kij, che erano da tempo irrecuperabili: aveva dato loro una nuova vita e una nuova voce grazie, se si può dire, agli eredi contemporanei di Manganelli, Landolfi, Pavese. Ora mi veniva proposto di entrare a fare parte del novero di questi eredi, benché, a differenza di tutti gli scrittori che avevano collaborato alla collana (da Paolo Nori a Serena Vitale ad Alessandro Niero), io fossi quello con meno esperienza di traduttore, anzi: ero l’unico che non aveva mai pubblicato una traduzione.
Io mi sono laureato in letteratura russa contemporanea alla Statale di Milano molti anni fa con una tesi su Majakovskij. Posso dire che le poesie e i poemi del primo Majakovskij, insieme alle Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, siano stati il motivo per cui, da una parte, a un certo punto della mia vita ho deciso di iscrivermi a Lingue e studiare russo e, dall’altra, sono diventato uno scrittore. È stato quel libro di Dostoevskij a cambiare la mia percezione delle cose: le mie prime prove di scrittura – all’ultimo anno di liceo – erano delle terribili scopiazzature dei temi e dei modi dostoevskijani e gogoliani. Insieme a loro, ho amato e amo un certo Čechov, un certo Tolstoj, e poi Andreev, Platonov. Quel secolo della letteratura russa che va dalla pubblicazione delle Veglie alla fattoria di Dikan’ka alla Seconda guerra mondiale è stato la stagione che più mi ha nutrito e a cui torno ogni volta che ho bisogno di leggere qualcosa che mi faccia sentire “a casa”. Naturalmente, questa stagione e questo amore comprendono i libri di Bulgakov: la prima volta che ho letto Il Maestro e Margherita ho fatto fatica a credere che ci fosse stato qualcuno, nel mondo, che avesse pensato e scritto qualcosa di così grande e, perché no?, di così strano; il “mio” Bulgakov è anche quello dei bozzetti moscoviti, dei racconti fantastici, del Romanzo teatrale. Sono stato varie volte nella casa sulla Sadovaja, a Mosca, dove visse e dove immaginò che il diavolo avesse affittato un appartamento. Ho visto – da fuori, perché non ci si può entrare – la casa del maestro, ho passeggiato agli Stagni dei Patriarchi cercando ogni volta di immaginare Michail, 80 o 90 anni fa, seduto su una panchina attorno al laghetto a fantasticare su un libro da portare a termine a ogni costo. Così, visto che, in un certo senso, avevo pagato il mio debito con Majakovskij dedicandogli una tesi di laurea (mentre so che non riuscirò mai a pagare quello con Dostoevskij), ho pensato di proporre a Daniela Di Sora, per la sua collana, il pagamento di un altro debito: quello, appunto, con Bulgakov. Avevo a casa varie edizioni dei suoi racconti: nessuna di queste era nuova e c’erano, in alcuni punti, dei passaggi che mi pareva giusto rinverdire. Così ho pensato di proporre Diavoleide: è, tra i racconti lunghi di Bulgakov, quello che nel corso degli anni ha ricevuto meno attenzione e meno traduzioni; allo stesso tempo, ho sempre pensato che fosse, come ho scritto nella postfazione, una sorta di racconto-laboratorio: se è vero che, da alcuni punti di vista, si tratta di un racconto acerbo, veloce ed è in definitiva il meno bello tra i cosiddetti “racconti fantastici”, è anche vero che, in esso, sono evidenti i primi semi di una scrittura e una visione che porteranno Bulgakov a scrivere il Maestro. È per questo – in un’ottica se si può dire di servizio – che ho proposto Diavoleide. Abbiamo poi deciso di inserire nel volume anche Le avventure di Čičikov, perché ha molte tematiche affini al primo racconto e perché qui Bulgakov paga il suo debito con Gogol’: così, in questo piccolo libro, c’è uno scrittore che paga un debito traducendo un racconto di uno scrittore che a suo modo paga un debito.

Tradurre Diavoleide.
Voland, lo sapete bene, è nata come una casa editrice con uno sguardo rivolto all’est europeo, in particolare alla Russia. Nel corso degli anni il suo catalogo è diventato molto vario, tuttavia la letteratura della Russia e dell’Unione Sovietica rimangono al centro del progetto editoriale. Io non conosco le strategie di Daniela Di Sora e delle persone che lavorano con lei ma, come lettore, ho sempre avuto una sensazione precisa: i primi destinatari delle opere che Voland pubblica sono i lettori forti, consapevoli, e che magari hanno alle spalle degli studi che hanno avuto a che fare con la lingua e la cultura russa. Non si spiegherebbero altrimenti alcune scelte straordinarie e coraggiose che la casa editrice ha fatto nel corso degli anni, dal Viaggio da Pietroburgo a Mosca di Radiščev ai libri di Prigov, dalla Boč’orisvili a Mamleev: tutti libri e autori grandissimi, sia chiaro, ma che difficilmente possono intercettare grandi masse di lettori non specializzati. Dico questo perché voglio spiegare che, mentre ragionavo su come avrei potuto lavorare su Bulgakov, avevo ben presente che il pubblico a cui la mia traduzione si sarebbe rivolta era un pubblico di esperti o, comunque, di persone che hanno una certa idea della letteratura e per le quali, probabilmente, Diavoleide non sarebbe stata la prima lettura bulgakoviana. Addirittura, penso che qualcuno si sia comprato Diavoleide o qualche altro titolo di Sìrin classica per vedere com’è tradotto. Come me, anche i miei potenziali lettori, dunque, potevano già avere in casa due o tre versioni del racconto. Questo, insieme al fatto di essere uno scrittore e non un traduttore, mi dava qualche libertà e, insieme, qualche responsabilità in più. La libertà risiedeva nel fatto di potermi permettere di fare delle scelte audaci: dopotutto, se si chiede di tradurre a uno scrittore gli si chiede implicitamente di dare un’interpretazione, di trovare un equilibrio tra la sua lingua e quella del classico con cui si cimenta; inoltre, se è vero che chi leggerà Diavoleide è con ogni probabilità qualcuno che Diavoleide l’ha già letto e conosce bene Bulgakov, potevo forse concedermi qualche deviazione dalla norma. Allo stesso tempo, e per gli stessi motivi, dovevo stare molto attento a non uscire dal seminato, perché i lettori mi avrebbero atteso al varco. Come se non bastasse, poi, c’era un’altra questione: chi sono io per dare una nuova voce a un maestro? Quanto potevo, per così dire, mancargli di rispetto? Ero (e sono) all’altezza di confrontarmi con Bulgakov nel suo territorio, nella sua lingua?
Naturalmente, ho lavorato tenendo sulla scrivania le traduzioni di cui ero in possesso, in particolare queste tre: quella che Serena Prina fece per Garzanti nel 1990, quella di Luciana Montagnani (BUR, 1991) e quella che Chiara Spano fece per Newton nel 1997. Si tratta di tre buone traduzioni, che rispettano il ritmo del testo e propongono spesso soluzioni originali. So bene che non ha senso fare un discorso generale e che dovrei analizzarle una a una, ma mi pare che tutte e tre avessero, qua e là, alcuni punti oscuri e che non sempre risolvevano con la soluzione più bella i punti di difficile traduzione o di difficile resa (di tutte queste cose parlerò più avanti). Ho anche ricevuto un grande aiuto da Valentina Parisi che, a traduzione ultimata, ha preso il mio testo e l’ha rivoltato, suggerendomi soluzioni che rendevano più “veloce” il ritmo, semplificando alcuni punti francamente un po’ ritorti e facendo un grande lavoro di pulizia.

Il primo problema è stato quello di capire quale ritmo imprimere alla lingua: la lingua di Diavoleide (e anche quella di Čičikov) sono, come ho detto, molto veloci. Questo vale sia per il ritmo, che è incalzante e in alcuni punti addirittura vertiginoso, che per il fatto che Bulgakov non si dilunga nelle descrizioni e con un paio di colpi di pennello riesce a ritrarre perfettamente i propri personaggi. Spesso, anzi, è addirittura brusco, come succede per esempio alla fine del capitolo V: dopo alcune pagine passate a descrivere delle situazioni assurde che stanno a metà tra il comico e il grottesco – e sono allo stesso tempo, come solo Bulgakov riesce a fare, divertenti e angoscianti – Korotkov, che ha bisogno di certi documenti, si tormenta sul fatto se sia meglio tornare in ufficio o andare dal capo-caseggiato. Ma il capitolo è già chiuso, è già stato pieno di avvenimenti, e Bulgakov sa che il ritorno in ufficio e la visita al capo-caseggiato saranno il nerbo di capitoli futuri. Per cui deve, semplicemente, trovare il modo di chiudere questo e passare al successivo. E cosa fa? Mette un punto, va a capo, fa suonare un orologio che non aveva ancora nominato e mette nella testa di Korotkov un pensiero brusco e veloce: «è tardi. Vado a casa». Fine. Il testo è pieno di questi “colpi di testa” e decisioni improvvise. Sembra a volte che Bulgakov, mentre scriveva, avesse fretta di tagliar corto con certe scene perché nella sua testa avevano già preso vita le immagini della scena successiva, che premeva con urgenza per uscire sulla pagina.
Stabilire, pertanto, la dominante del testo è stato di fondamentale importanza. Per me, la dominante è stata appunto la velocità, il ritmo sostenuto, il continuo rincorrersi di cose, personaggi ed eventi. Se leggo Kaputt di Malaparte, io mi immagino un uomo di mezza età, pettinato ed elegante, che sorseggia un bicchiere di buon vino e con un tono da insopportabile viveur mi racconta una cosa pazzesca. Mi immagino di essere lì con lui, nel salotto di una villa di Capri, seduto comodamente: il ritmo è lento, io all’inizio sono rilassato e forse anche un po’ annoiato. Se leggo Bulgakov, e in particolare Diavoleide, mi immagino invece che chi racconta, nel momento stesso in cui racconta, stia correndo sulle scale, e che io, per ascoltarlo, debba correre insieme a lui: questo è il ritmo che devo dare all’italiano se voglio che il lettore entri nel testo e corra con noi. Credo anzi che per rispettare il tono sia addirittura lecito in alcuni momenti “dimenticarsi” una parola che rallenta, un concetto che in russo è racchiuso in quei loro meravigliosi participi che dicono cinquanta cose insieme e che invece l’italiano potrebbe rendere solo attraverso una perifrasi: d’altronde, quando si corre non è detto che dalle tasche non cada una moneta. Per lo stesso motivo – il ritmo – ho a volte invece deciso di aggiungere una parolina. Faccio un esempio: nel secondo capitolo di Diavoleide, Korotkov viene pagato, anziché in denaro, con delle scatole di fiammiferi. Sbalordito, rimane per un po’ a fissare le scatole colorate, e poi dice tra sé e sé:

-   Ну-с, унывать тут долго нечего. Постараемся их продать.

Che, tradotto alla lettera, suona più o meno come: «Beh, scoraggiarsi a lungo non serve. Cercheremo di venderli». Le altre traduzioni proponevano le seguenti soluzioni:
«Be’, qui c’è poco da perdersi d’animo. Cercheremo di venderli» (Garzanti)
«Beh, non c’è da scoraggiarsi troppo. Cercheremo di venderli» (Newton)
«Beh, è inutile star tanto a prendersela. Cercheremo di venderli» (BUR)
La mia preferita è l’ultima, perché, benché sia, delle tre soluzioni, la più lunga, è quella che mantiene un tono spiccio e colloquiale – che è poi il tono generale di Diavoleide. La mia soluzione è questa:

«Be’, star qui a deprimersi non serve. Cercheremo di venderli»[vii].

Sembra più lunga di quella di Luciana Montagnani (anche se non contiene più parole), ma a me pare che, in un contesto di questo tipo, un italiano difficilmente usi il verbo “scoraggiarsi” e che “prendersela” sia un’espressione che si usa quando ci si rivolge a qualcuno («Non prendertela!») e non a se stessi. Io, in casi come questo, mi dico «Non star lì a deprimerti».Vorrei riportare un esempio che renda l’idea del ritmo, dell’affastellarsi di verbi di moto e della complessità di rendere in un buon italiano il testo di Diavoleide. Più o meno a metà del capitolo IV, Bulgakov scrive:

Нет! Я объяснюсь. Я объяснюсь! – высоко и тонко спел Коротков, потом кинулся влево, кинулся вправо, пробежал шагов десять на месте, искаженно отражаясь в пыльных альпийских зеркалах, вынырнул в коридоре и побежал на свет тусклой лампочки, висящей над надписью “Отдельные кабинеты”.

Ho tradotto il passo in questo modo:

«No! Chiarirò tutto! Chiarirò tutto!» cantò con voce alta e sottile Korotkov, quindi scartò a sinistra, scartò a destra, percorse sul posto una decina di passi, mentre i polverosi specchi alpini riflettevano la sua immagine deformata; poi riemerse nel corridoio e corse verso la luce fioca della lampadina appesa sopra la scritta “Studi riservati”[viii].

Ci sono, dopo «Chiarirò tutto!», sette verbi, alcuni dei quali (кинулся e бежал) si ripetono e dettano il passo della lettura. Ho cercato di mantenermi fedele e ripetitivo, perché in questo passo la frase, si può dire, avanza al ritmo della sceneggiata di Korotkov. È come se ad ogni verbo corrispondesse un capriccio, e la prosodia del periodo ricalcasse lo stato d’animo del personaggio. Bisogna, traducendo, provare a restituire tutto questo. È una lezione che ho imparato anni fa, leggendo un libro di Roberto Bolaño che per la verità non avevo apprezzato molto: Notturno cileno[ix]. In questo libro, però, c’è una scena che dura una pagina in cui il protagonista e un amico parlano. L’amico, all’inizio, tiene un falco appoggiato all’avambraccio: non appena comincia a parlare, il falco prende il volo, e il protagonista ascolta l’amico guardando l’animale volare. Nel momento esatto in cui il falco decide di tornare dal padrone, questi finisce il suo monologo. Per chi ha tradotto questo discorso, sono convinto, non ha contato molto la scelta della parola migliore (che pure è importante) quanto che il tono del monologo rispecchiasse, prosasticamente, l’andamento del volo del falco.
Ci sono poi dei punti di Diavoleide che mi hanno creato qualche grattacapo. Ecco il primo:

Он повернулся, и тотчас перед ним вспыхнули на человеческом шаре слоновой кости две коридорных лампочки, (…).

Non riuscivo a capire come rendere bene quel на человеческом шаре слоновой кости. Montagnani, per esempio, traduce la frase in questo modo:

Si voltò, e di colpo davanti a lui sulla palla umana d’avorio guizzò la luce delle lampadine del corridoio, (…)[x].

«Sulla palla umana d’avorio», che traduce in modo abbastanza letterale, non ha molto senso: sembra che nel testo sia già comparsa una palla di quel tipo e che abbia avuto un ruolo. Invece, quell’immagine è messa lì da Bulgakov all’improvviso. Inoltre, mi dicevo, non esistono palle umane d’avorio, e l’articolo determinativo rende invece il fatto qualcosa di scontato, di normale. Prina propone questa soluzione:

Si voltò, e subito dinanzi a lui s’accesero, su un globo umano d’avorio, due lampadine da corridoio, (…)[xi].

Questa versione mi torna di più: perlomeno si capisce meglio che cosa sia la palla d’avorio – che viene resa con «una», con l’indeterminativo, e non «la» – anche se non so perché la traduttrice abbia pensato che esistano lampadine «da» corridoio.

Ecco la mia versione:

Si voltò e, all’improvviso, davanti a lui, su una palla eburnea dall’aspetto umano, si accesero le lampadine del corridoio[xii].

Ma il punto più controverso, per me, è qualche pagina più avanti nello stesso capitolo:

- Эх, ваше здоровье, погибать, что ли?

Mutandoner, fuggendo da Korotkov, acciuffa una carrozza e picchia sulla schiena il vetturino ordinandogli di partire al volo e di viaggiare a rotta di collo. Il vetturino, colto di sorpresa, urla disperato e, sostanzialmente, impreca. Ma come farlo imprecare? Di nuovo Montagnani:

«Eh, la vita è sua, che, vuole rimetterci la pelle?»[xiii]

Prina:

«Eh, Vostr’Eccellenza, si può solo morire, che altro?»[xiv]

Spano:

«Eh, Vossia, dobbiamo proprio morire?»[xv]

Due traduzioni su tre propongono di rendere ваше здоровье con un epiteto rivolto a Mutandoner: Vossia o Vost’Eccellenza; Prina, addirittura, la butta sul filosofico («si può solo morire»). Montagnani, invece, opta per un «la vita è sua» che a me, istintivamente, sembra più vicino all’intenzione dell’autore. E tuttavia chi parla è un vetturino, sorpreso dalla violenza delle percosse e dalla perentorietà degli ordini. Io non credo che esista qualcuno che, aggredito, dica all’aggressore qualcosa come «eccellenza», e non credo neppure che si limiti a dire «la vita è sua», perché di vite in ballo, in quel frangente, non c’è solo quella del passeggero. Non credo inoltre che sia verosimile che qualcuno, mentre impreca, sia gentile e rispettoso come si dimostra il vetturino – pur con gradazioni diverse – nelle tre versioni che abbiamo visto. Credo, invece, che possa dire qualcosa di molto vicino a

«Eh, accidenti a lei, vuole che ci ammazziamo?»[xvi]

Per questa frase ho chiesto aiuto e consiglio a due o tre amici russisti: ho mandato loro via mail l’originale e due o tre mie proposte di traduzione, tra cui quella che alla fine ho scelto (ce n’era anche una dove il vetturino, a mio modo di vedere a ragione, ci andava anche piuttosto pesante: ma siccome il linguaggio di Bulgakov non è mai violento, non l’ho mai presa seriamente in considerazione).

Un altro problema di carattere generale che ho dovuto affrontare da subito è legato a quella che potrei definire la «questione del contesto culturale». Credo si tratti di un problema molto comune per chi traduce i classici, ma nel caso della letteratura russa del 900 mi pare particolarmente spinoso. Sono convinto che chi non è russista faccia una certa fatica a cogliere tutti i riferimenti al mondo sovietico contenuti nei romanzi: me ne sono accorto un paio di anni fa, quando ho letto e commentato con delle persone di ottima cultura, i lettori forti ma non russisti, proprio Il Maestro e Margherita. Già nei primi capitoli, Bulgakov inserisce moltissimi riferimenti all’attualità, alla NEP, al problema degli alloggi; tutto il testo è costellato di riferimenti a un tipo di quotidianità – quella spesa negli appartamenti collettivi – che non sono di prima comprensione per un lettore italiano. Eppure, se non si colgono questi aspetti, il romanzo perde gran parte della sua forza (per esempio risulta difficile capire perché i personaggi si stupiscano del numero di stanze dell’appartamento n. 50). La faccenda si complica se, come accade in Čičikov, ai riferimenti continui alla vita nella Mosca degli anni 20 si aggiunge il fatto che tutti i personaggi vengono da un romanzo dell’800: Bulgakov non si sofferma a descriverli né fisicamente né psicologicamente, li dà per scontati. È come se uno scrittore italiano, oggi, scrivesse un libro dove i protagonisti si chiamano Renzo, Lucia, l’Innominato, don Rodrigo: trattarli come dei personaggi normali li svilirebbe, mortificherebbe del tutto la potenza del loro ri-uso. Sono caratteri fissi, ormai, canonizzati e interiorizzati, e il lettore italiano non ha bisogno (o non dovrebbe averlo) di farseli spiegare un’altra volta, pena la perdita della forza metaforica del testo. Si rischia la cacofonia. Ma un conto sono Renzo e Lucia, un conto Čičikov e Nozdrëv. Come fare? Inizialmente, lo confesso, avevo riempito il testo di note. Per ogni personaggio avevo preparato una piccolissima scheda in cui spiegavo chi è e che ruolo ha nelle Anime morte o in altri testi gogoliani: veniva fuori una sorta di mini-vademecum in cui raccontavo i caratteri di un testo che non stavo traducendo. Inoltre, una volta fatto il lavoro, mi resi conto che il numero delle note era elevatissimo e appesantiva il testo, rallentando irrimediabilmente la corsa della lettura. Stavo facendo un buon servizio a Bulgakov? No. Mi venne in mente, mentre pensavo a come risolvere l’impasse, una telefonata che mi fece Federica Manzon, la mia editor in Mondadori, quando stavamo lavorando al Demone. All’inizio, avevamo pensato di preparare un piccolo glossario da mettere in coda al libro, in cui spiegavo, per esempio, che cos’è un tejp, piuttosto che un tarakan o il kvas. Federica, a un certo punto, mi disse: «Senti lasciamo perdere, non lo facciamo».
«Perché?» chiesi.
«Perché questo non è un saggio e non è un reportage. È un romanzo, e un lettore non deve per forza capire tutto. Per leggere il glossario, o una nota, deve interrompere la lettura e uscire dal testo, mentre a noi interessa che non lo molli un attimo».
Non sono proprio le parole esatte che mi disse, ma il senso è quello: anch’io, adesso, credo che sia fondamentale che un lettore non capisca tutto. Io stesso non voglio capire tutto: voglio che ogni libro che leggo mi lasci un piccolo buco e una voglia, che sarò io a dover colmare. Così, se la storia di Čičikov ele poche indicazioni che ho dato in coda al volume faranno venire voglia almeno a qualcuno di andare a prendersi le Anime morte, ci sarà ancora spazio per la letteratura. Ho pertanto deciso di ridurre all’essenziale il numero di note in coda al volume; allo stesso modo, scrivendole non mi sono dilungato e ho cercato di essere il più breve possibile. Solo la nota 12 è un po’ più lunga ed esplicativa del lecito: ma è stato l’unico episodio in cui non ho potuto fare altrimenti.
Anche la nota 1, a dire il vero, spiega molto. Ma era necessaria, perché parla del modo in cui Bulgakov gioca con i nomi dei personaggi e motiva, implicitamente, una scelta di traduzione: il nome del diavolo, nella versione originale di Diavoleide, è Kal’soner, che è una parola che deriva da kal’sony, mutandoni. A più riprese, nei primi capitoli, Bulgakov gioca su questa ambivalenza. Tutte le traduzioni italiane esistenti usano Mutander o Mutandoner, insomma italianizzano il cognome del diavolo. Anche Korotkov, così come altri nomi all’interno del testo, ha un significato: viene da korotkij, che significa “corto”, “breve”: qualcuno, in passato, ha provato a tradurlo con Cortini o Brevini. Io sono istintivamente poco propenso a rese di questo tipo: per me, un cognome è un cognome, e infatti esiste una versione di Diavoleide in cui tengo il nome originale del diavolo (e faccio una nota in cui spiego il gioco di parole). Io e Daniela ci siamo scritti a proposito di questo problema: lei sosteneva – a ragione – che, benché la versione italianizzata fosse meno bella e fosse soprattutto un’eccezione all’interno del testo, era l’unico modo per mantenere inalterato l’effetto comico voluto da Bulgakov. Così, di comune accordo, abbiamo usato Mutandoner. Mi rendo conto che si tratta di un paradosso: per essere fedele a un testo a volte bisogna violentarlo, modificando perfino i nomi dei personaggi principali. Ma ciò che conta è l’intenzione di Bulgakov, e lui aveva voluto essere comico e straniante in modo diretto: non tenere in considerazione questo aspetto sarebbe stato un pessimo servizio al testo. Un discorso simile è stato fatto anche nel Čičikov, quando ho preferito italianizzare i nomi dei personaggi di Doezžaj-ne-doedeš’, Neuvažaj-Koryto, Kubšinoe Rylo e Elizaveta Vorobej: si tratta di quattro figure che non hanno un vero ruolo nel testo fuorché quello di essere dei nonsense. Senza la traduzione, al lettore sarebbe stato impossibile percepire in modo immediato tale nonsense, per cui i loro nomi sono diventati, senza colpo ferire, Vai-tanto-non-arriverai, Frega Il Trogolo, Brocca Obolo e Elizaveta Passero.

Franca Cavagnoli, nel suo La voce del testo, fa la seguente considerazione:

Un’altra tendenza deformante sempre pronta a interferire nella traduzione dei classici è l’espansione, l’eccessiva chiarificazione. Se l’inclinazione a esplicitare è comunque sempre presente, essa si manifesta in particolare dal confronto con gli esempi di scrittura più complessi e lontani nel tempo.[xvii]

Si tratta di un problema fondamentale, che racchiude molte delle considerazioni fatte fin qui a proposito dei nomi e del contesto culturale da cui il testo di Bulgakov proviene e a cui costantemente si riferisce. Come ho detto, laddove ho potuto, ho cercato di spiegare il meno possibile e di mantenermi su un registro linguistico il più possibile sobrio e veloce. Ciò non toglie che, in alcuni punti, la tentazione di spiegare si è fatta sentire e, in alcuni passaggi, è entrata addirittura nel testo. Faccio alcuni esempi. Nel sesto capitolo del Čičikov, Bulgakov fa un elenco di enti, commissioni e istituti, per la maggior parte dei quali esisteva in Unione Sovietica una sigla di riferimento:

Комиссия построения в комиссию наблюдения, комиссия наблюдения в жилотдел, жилотдел в Наркомздрав, Наркомздрав в Главкустпром, Главкустпром в Наркомпрос, Наркомпрос в Пролеткульт, и т. д.

Nella traduzione, ho deciso di scioglierli:

La Commissione Edilizia interpellò la Commissione di Vigilanza, la Commissione di Vigilanza l’Ufficio per l’Assegnazione delle Abitazioni, l’Ufficio per l’Assegnazione delle Abitazioni il Commissariato del Popolo per la Sanità, il Commissariato del Popolo per la Sanità la Direzione per l’Industria e l’Artigianato, la Direzione per l’Industria e l’Artigianato il Commissariato del Popolo per l’Educazione, il Commissariato del Popolo per l’Educazione l’Ente per la Cultura Proletaria e così via.[xviii]

Il risultato, si vede a occhio nudo, è che la mia versione è lunga più del doppio dell’originale: ne guadagna, mi pare, in comprensibilità e, in definitiva, in velocità di lettura, perché risparmio al lettore una lunga trafila di note. Ciò che va perso, naturalmente, è il ritmo, e molti di voi penseranno che io abbia fatto un errore: se l’idea è quella di mantenersi veloci, ho mancato un’occasione. Ma ho pensato a cosa avrebbe fatto un traduttore straniero davanti a un elenco di sigle italiane: INPS, ASL, MIUR ecc. Io credo che le avrebbe sciolte, per evitare al lettore la pena di cercare continuamente le note: cosa che non gli avrebbe in ogni caso permesso di entrare nel clima di quella specie di filastrocca delle istituzioni che è il passo originale. In altri punti, dove la concentrazione di sigle e abbreviazioni non era così significativa, sono stato più rispettoso dell’originale.
In generale, la prosa di questi due racconti presenta qualche problema di chiarezza: spesso Bulgakov abbozza un’azione, oppure fa un riferimento oscuro. C’è un caso che considero emblematico, ed è di nuovo nel Čičikov: alle fine del terzo capitolo Čičikov e Nozdrëv sono nella stanza di quest’ultimo e il protagonista si sta sorbendo una sorta di monologo in cui Nozdrëv millanta delle ricchezze mai avute. A un certo punto, poche righe prima che il capitolo di chiuda, compare un personaggio che non è mai stato nominato prima e non sarà più nominato dopo: il cognato Mižuev. La frase è questa:

Когда же зять его Мижуев выразил сомнение, обругал его, но не Софроном, а просто сволочью.

Il problema, per chi conosce il russo, non è ovviamente la comparsa improvvisa del cognato – per quanto a livello di senso essa sollevi qualche dubbio: il problema è Sofron. È un riferimento particolarmente criptico a un personaggio minore della Anime morte. Una prima, possibile traduzione fedele, avrebbe potuto essere questa:

Quando suo cognato Mižuev osò sollevare dubbi in proposito, si mise a insultarlo, ma senza dargli del Sofron: gli diede semplicemente del bastardo.

Questa versione ricalca la traduzione di Emanuela Guercetti, che dice così:

E quando suo cognato Mižuev espresse un dubbio, lo insultò, ma non dandogli del «Sofron», bensì semplicemente del farabutto.[xix]

Il problema, per me, era che una soluzione à la Guercetti non risolveva il passo, che rimaneva incomprensibile. Avevo poi il dubbio che la parola «farabutto» fosse poco incisiva: benché l’abbia usata anch’io nel corso del libro, non suonava bene in questo contesto, dove Nozdrëv è completamente ubriaco e ha perso un senso della misura che, a dire il vero, dal 1842 in qua non ha mai avuto. Un ubriaco truffatore e millantatore, in ogni caso, non dice «farabutto» al cognato: dice «bastardo».
La mia versione definitiva del passo è:

Quando suo cognato Mižuev osò sollevare dubbi in proposito, si mise a insultarlo, ma senza dargli del sapientone: gli diede semplicemente del bastardo.[xx]

Perdo Sofron, insomma, ma in un racconto infestato di personaggi gogoliani può non essere un dramma: al suo posto, restituisco il clima di un botta e risposta tra ubriachi. Va in questo senso anche il «si mise a», che a mio modo di vedere dà un po’ più di enfasi al battibecco. Si tratta dell’esempio più lampante di intervento del traduttore, che qui è stato poco mimetico: le libertà che mi sono preso sono tutte rivolte a piccoli passi come questo, dove il senso è oscuro e dove entrano in scena personaggi che non hanno un vero e proprio ruolo nella vicenda. Ci sono in tutto due o tre momenti di questo tipo nel testo, e quello su cui mi sono appena soffermato è il più lungo e quello dove sono intervenuto più pesantemente.

Finale. Davanti a un Maestro.
Diavoleide e Le avventure di Čičikov sono due racconti che Bulgakov scrisse nei primi anni 20 per poi pubblicarli nel 1925, quando aveva 34 anni. Io, oggi, ho 34 anni. Non mi sono reso subito conto di questa coincidenza che, naturalmente, lascia il tempo che trova. C’è però un particolare, in questo fatto, che in qualche modo mi è stato d’aiuto. Bulgakov, come ho detto, è uno dei miei maestri, uno degli autori su cui mi sono formato come persona e come scrittore. L’idea di tradurlo, all’inizio, mi spaventava proprio per questo: pagavo un debito, d’accordo, ma allo stesso tempo mettevo le mani – io, traduttore inesperto – su una lingua e su un mondo grazie ai quali ero cresciuto, uno scrittore di cui avevo cercato e visitato i luoghi in giro per Mosca e al quale tornavo e torno ogni volta come una sorta di “ritorno a casa”. Oltretutto, la grafica delle copertine di Sìrin classica prevede che il nome del curatore del volume sia scritto grande come quello dell’autore. È una responsabilità e un onore, d’accordo, ma anche, per quanto mi riguarda, una «lesa maestà». Siamo abituati a percepire i grandi scrittori del passato come dei cristalli, delle figure immutabili dispensatrici di classici e di insegnamenti. In parte, lo so, è inevitabile che sia così, e forse è perfino giusto. Però il Bulgakov con cui mi sono misurato io non era ancora un classico intramontabile: era un giovane scrittore di belle speranze, pieno di pregi e di difetti, che si affacciava sul mondo della letteratura. A 34 anni non aveva ancora nemmeno immaginato Il Maestro e Margherita, e aveva scritto solo alcune delle cose che in seguito sarebbero divenute immortali. Era insomma uno scrittore in fieri (Zamjatin, letto Diavoleide, parlò di Bulgakov come di una promessa e disse – a ragione – che dalla sua prosa traspariva un grande talento che si sarebbe sicuramente espresso negli anni a venire): ecco, forse io sono riuscito a tradurre Bulgakov, con tutto il peso che questo comporta, perché mentre lavoravo ho finto di non sapere che esiste Il Maestro e Margherita, perché non ho pensato a una figura canonizzata ma a uno che, alla mia età, rimboccandosi le maniche prova a trovare un posto da dove raccontare agli altri la sua visione del mondo.


[i] G.C. Ferretti, Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003, Einaudi, Torino 2004, p. 273

[ii] V. Gogol’, Racconti di Pietroburgo, Rizzoli, Milano 1949

[iii] V. Chlebnikov, Poesie, Einaudi, Torino 1968

[iv] H. Melville, Moby-Dick o la Balena, UTET, Torino 2010

[v] Ho poi scoperto, facendo una ricerca veloce, che esiste anche un «Ishmael – chiamatemi così»: è nella traduzione che Cesarina Melandri Minoli fece, sempre per UTET, nel 1982.

[vi] Mi viene in mente che, nel suo ultimo libro, L’unico scrittore buono è quello morto (e/o, Roma 2012), il mio amico Marco Rossari – che di mestiere fa il traduttore dall’inglese e dall’americano – ha proposto una versione post-moderna dell’incipit del celebre monologo dell’Amleto, perché «Era ora di dare una sterzata a quel monologo rifritto con un nuovo scintillante incipit: “Vivere o morire? Qui casca l’asino!”» o anche, poco oltre, in versione veneta: «“Sogio o non sogio, è qui che te vogio”». (ivi, p. 121)

[vii] M. Bulgakov, Diavoleide, Voland, Roma 2012, p. 8

[viii] ivi, p. 18

[ix] R. Bolaño, Notturno cileno, Palermo, Sellerio 2003

[x] M. Bulgakov, Racconti fantastici, BUR, Milano, 1991, p. 73

[xi] M. Bulgakov, Cuore di cane, Diavoleide, Una storia cinese, Milano, Garzanti 1990, p. 119

[xii] M. Bulgakov, Diavoleide, cit., p. 34

[xiii] M. Bulgakov, Racconti fantastici, cit., p. 77

[xiv] M. Bulgakov, Cuore di cane, Diavoleide, Una storia cinese, cit., p. 123

[xv] M. Bulgakov, Cuore di cane, Diavoleide, Le uova fatali, Roma, Newton Compton 1997, p. 105

[xvi] M. Bulgakov, Diavoleide, cit., p. 39

[xvii] F. Cavagnoli, La voce del testo, Milano, Feltrinelli, Pos. 1805

[xviii] M. Bulgakov, Diavoleide, cit., p. 75

[xix] M. Bulgakov, Racconti fantastici, cit., p. 317

[xx] M. Bulgakov, Diavoleide, cit., p. 70

Due diavoli a Roma

Martedì prossimo 2 ottobre sarò a Roma per parlare di Diavoleide. Ci saranno due incontri: il primo la mattina, a mezzogiorno, presso la Casa delle traduzioni in via degli Avignonesi 32. Terrò una specie di seminario sulla traduzione, sul mio rapporto con Bulgakov e con la scrittura e su alcuni debiti che ho pagato: per partecipare bisogna accreditarsi presso la segreteria della Casa. Il secondo sarà alle 18.30 presso la sede di Voland in via del Boschetto 129. Ci sarà un aperitivo e leggerò degli estratti del libro. L’ingresso è libero. Quelli che seguono sono la locandina della giornata e un estratto dell’intervento che sto preparando per la mattina.

Diavoleide e Le avventure di Čičikov sono due racconti che Bulgakov scrisse nei primi anni 20 per poi pubblicarli nel 1925, quando aveva 34 anni. Io, oggi, ho 34 anni. Non mi sono reso subito conto di questa coincidenza che, naturalmente, lascia il tempo che trova. C’è però un particolare, in questo fatto, che in qualche modo mi è stato d’aiuto. Bulgakov, come ho detto, è uno dei miei maestri, uno degli autori su cui mi sono formato come persona e come scrittore. L’idea di tradurlo, all’inizio, mi spaventava proprio per questo: pagavo un debito, d’accordo, ma allo stesso tempo mettevo le mani – io, traduttore inesperto – su una lingua e su un mondo grazie ai quali ero cresciuto, uno scrittore di cui avevo cercato e visitato i luoghi in giro per Mosca e al quale tornavo e torno ogni volta come una sorta di “ritorno a casa”. Oltretutto, la grafica delle copertine di Sìrin classica prevede che il nome del curatore del volume sia scritto grande come quello dell’autore. È una responsabilità e un onore, d’accordo, ma anche, per quanto mi riguarda, una «lesa maestà». Siamo abituati a percepire i grandi scrittori del passato come dei cristalli, delle figure immutabili dispensatrici di classici e di insegnamenti. In parte, lo so, è inevitabile che sia così, e forse è perfino giusto. Però il Bulgakov con cui mi sono misurato io non era ancora un classico intramontabile: era un giovane scrittore di belle speranze, pieno di pregi e di difetti, che si affacciava sul mondo della letteratura. A 34 anni non aveva ancora nemmeno immaginato Il Maestro e Margherita, e aveva scritto solo alcune delle cose che in seguito sarebbero divenute immortali. Era insomma uno scrittore in fieri (Zamjatin, letto Diavoleide, parlò di Bulgakov come di una promessa e disse – a ragione – che dalla sua prosa traspariva un grande talento che si sarebbe sicuramente espresso negli anni a venire): ecco, forse io sono riuscito a tradurre Bulgakov, con tutto il peso che questo comporta, perché mentre lavoravo ho finto di non sapere che esiste Il Maestro e Margherita, perché non ho pensato a una figura canonizzata ma a uno che, alla mia età, rimboccandosi le maniche prova a trovare un posto da dove raccontare agli altri la sua visione del mondo.

I prodotti della produzione

È il secondo degli undici capitoli che formano Diavoleide, il racconto di Bulgakov che ho tradotto per Voland [A.T.]

Tre giorni dopo i fatti appena descritti, la porta dell’ufficio dove lavorava Korotkov si socchiuse, e la testa di una donna in lacrime disse in tono rabbioso:
“ Compagno Korotkov, vada a ritirare lo stipendio” .
“ Come?” esclamò felice Korotkov e, fischiettando l’ouverture della Carmen, corse verso l’ufficio con la scritta “cassa” . Arrivato al tavolo del cassiere, si fermò di colpo, rimanendo a bocca aperta. Due grosse pile di pacchetti gialli arrivavano quasi al soffitto. Per evitare di rispondere a qualsiasi domanda, il cassiere, sudato e agitato, aveva attaccato alla parete con una puntina il mandato di pagamento, su cui adesso spiccava una terza scritta in inchiostro verde:

Pagare con i prodotti della produzione. Per il compagno Bogojavlenskij, in fede Preobraženskij
Anch’io la penso così, in fede Kšesinskij

Korotkov se ne andò dall’ufficio del cassiere con un sorriso ampio e stupido dipinto sul volto. Teneva in mano quattro grossi pacchi gialli e cinque piccoli verdi; nelle tasche, aveva tredici scatole blu di fiammiferi. Nella sua stanza, con l’orecchio teso al brusio di voci stupite che veniva dalla segreteria, impacchettò i fiammiferi in due grandi fogli di giornale e, senza dire niente a nessuno, se ne andò a casa. Appena fuori dalla MatFiam, per poco non fu investito da un’automobile, ma non riconobbe chi era alla guida.
Arrivato a casa, dispose i fiammiferi sul tavolo e, fatto qualche passo indietro, si mise a rimirarli, sempre con quel sorriso stupido stampato in volto. Korotkov si scompigliò i capelli biondi e disse tra sé e sé:
“ Be’, star qui a deprimersi non serve. Cercheremo di venderli” .
Bussò alla vicina, Aleksandra Fëdorovna, che lavorava al Deposito di Vini del Governatorato, o DepVinGov.
“ Entri pure” una voce cupa rimbombò nella stanza.
Korotkov entrò e rimase di stucco: Aleksandra Fëdorovna era tornata prima dal lavoro, e adesso, con il cappotto e il berretto ancora indosso, stava accovacciata sul pavimento. Davanti a lei c’era una fila di bottiglie con i tappi di carta di giornale, piene di un liquido di colore rosso scuro. Il viso di Aleksandra Fëdorovna era rigato dalle lacrime:
“ Quarantasei” disse, e si voltò verso Korotkov.
“ Salve, Aleksandra Fëdorovna… è inchiostro?” disse, colpito, Korotkov.
“ Vino da messa” rispose con un singhiozzo la vicina.
“ Ma come… anche a voi?!” esclamò Korotkov.
“ Anche a voi vino da messa?” si meravigliò Aleksandra Fëdorovna.
“ No, a noi fiammiferi” rispose Korotkov con voce spenta, e cominciò a tormentare un bottone della giacca.
“ Ma se non si accendono nemmeno!” gridò Aleksandra Fëdorovna, alzandosi e scuotendosi la gonna.
“ Come sarebbe, non si accendono?” esclamò spaventato Korotkov, e tornò di corsa nella sua stanza. Lì, senza perdere un minuto, afferrò una scatoletta, la aprì freneticamente e sfregò un fiammifero. Sfrigolando, il fiammifero emise una fiamma verdognola, poi si spezzò e si spense. Korotkov, quasi soffocando per l’acre odore di zolfo, si mise penosamente a tossire e ne accese un altro. Questo prese inprovvisamente fuoco, sprizzando due scintille: la prima centrò il vetro della finestra, la seconda invece finì dritta nell’occhio sinistro del compagno Korotkov.
“ Ahia!” urlò Korotkov e lasciò cadere la scatoletta. Sgambettò di qua e di là come un cavallo imbizzarrito tenendosi l’occhio con il palmo della mano. Poi, terrorizzato, si guardò nello specchietto da barba, convinto di aver perso l’occhio. Ma l’occhio era al suo posto, anche se era rosso e lacrimava.
“ Oh mio dio!” si disperò Korotkov, e immediatamente tirò fuori dal comò la cassetta americana del pronto soccorso, la aprì, si fasciò la metà sinistra della testa e prese a somigliare a un ferito in battaglia.
Quella notte Korotkov la trascorse con la luce accesa, disteso a sfregare fiammiferi. Testò il contenuto di tre scatolette, riuscendo ad accendere ben sessantatre zolfanelli.
“ Quella scema racconta balle” brontolò Korotkov, “ sono dei fiammiferi magnifici” .
Verso mattina, la stanza era avvolta in una cappa soffocante di zolfo. All’alba Korotkov si addormentò e fece un sogno assurdo e terribile: su un prato verde si era ritrovato davanti un’enorme palla da biliardo, viva e con due gambette. Era un incubo così spaventoso che Korotkov cacciò un urlo e si svegliò. Nella torbida foschia, gli sembrò ancora per cinque secondi che la palla fosse lì accanto al suo letto e che puzzasse di zolfo. Ma poi tutto svanì; giratosi sul fianco, Korotkov si riaddormentò e non si svegliò più.

Michail Afanas’evič Bulgakov
Diavoleide
Traduzione e cura di Andrea Tarabbia
Roma, Voland 2012
pp. 104 euro 10

 

Il diavolo tra le carte

Nel 2010 Voland, per festeggiare i 15 anni di attività, ha inaugurato una nuova collana: Sìrin Classica, dedicata a grandi autori russi tradotti da importanti scrittori italiani e per la quale è stato addirittura creato, da Luciano Perondi, un font ad hoc: Voland. Lo scopo, si legge nella presentazione della collana, era quello di ricordare le origini della casa editrice, nata proprio con l’intento di promuovere in Italia la letteratura russa e, più in generale, le letterature slave. C’era poi la volontà di riproporre i classici russi nella voce dei loro interlocutori ideali, gli scrittori e, soprattutto, offrire ai lettori l’occasione di farsi accompagnare dagli autori italiani nell’itinerario segreto delle loro predilezioni e della loro officina creativa, attraverso l’umile e inevitabile scambio con l’atto del tradurre. I traduttori di Sìrin Classica (Paolo Nori, Alessandro Niero, Serena Vitale, Pia Pera, solo per citarne alcuni) hanno deciso loro stessi l’opera da affrontare, guidati dalle consonanze con l’immaginario dell’autore scelto, dalla rilettura profonda e fresca dei testi, ritrovati nella fragranza dell’attualità. Riscoprono la grande letteratura russa rilanciando le loro passioni e dichiarando le loro letture predilette. A sorprenderci saranno le inattese corrispondenze tra scrittore-traduttore e scrittore-autore, la bellezza della pagina tradotta con maestria di stile che, anziché perdere, conquista e si spalanca.
Sono usciti finora 7 volumi, da Tolstoj a Dostoevskij, da Cvetaeva a Gogol’. L’ottavo, che esce dopodomani 30 agosto, è Bulgakov: si tratta di due racconti degli anni Venti,
Diavoleide e Le avventure di Čičikov, di cui ho curato la traduzione e la postfazione. Bulgakov è uno dei “miei” autori e l’idea di misurarmi con lui, all’inizio, un po’ mi spaventava. Immaginate di avere tra le mani le frasi e il mondo plasmati da un Maestro e di doverle trasformare nella vostra lingua, in un certo senso nel vostro mondo.
Quello che segue è un estratto della postfazione che ho scritto per il volume: si intitola
Il diavolo tra le carte. [A.T.]

Tutto è concitato, in Diavoleide, tutto è confuso e sovrapposto e veloce. Tutti i personaggi “balenano”, appaiono e scompaiono all’improvviso, si modificano, si accendono, entrano ed escono da porte a vetri, stanze, edifici bizzarri; salgono e scendono continuamente per scale che sembrano non dover finire mai, si fermano su pianerottoli illuminati per rifiatare, prendono ascensori a specchio in cui vedono riflesso il proprio doppio e si lasciano trasportare nell’“abisso”. Usano motociclette, tram, carrozze su cui montano quasi a caso, senza conoscerne bene il tragitto. Ma non importa: da qualche parte arrivano sempre e lì, nel punto di arrivo, trovano ad aspettarli qualcosa che – spesso loro malgrado – c’entra con loro e con la vicenda. Anche le case, o meglio, le stanze degli appartamenti comuni in cui vivono i personaggi non sono mai luoghi tranquilli: vi si annidano gli spiriti maligni, che popolano i sogni di immagini spaventose che altro non sono se non un’anticipazione di quello che il sognatore vivrà nella vita reale il giorno dopo. E gli uffici, con il loro intricato e labirintico sistema di porte e di corridoi, con i tramezzi di vetro che spesso nascondono, trasfigurano anziché mostrare nettamente; e poi sale con le colonne dove si muovono statue di vecchi eroi polacchi, teiere che parlano con voce femminile al banco informazioni, segretari-uccello, vecchietti luccicanti, dattilografe dai denti piccoli, strumenti musicali che commentano le vicende dei personaggi e su tutto la carta, pile e pile di carta: fogli, documenti, mandati di pagamento, telegrammi, lettere di delazione, avvisi, annunci, ordini spiccati al volo, richieste di trasferimento. Parte del dramma di Korotkov si fonda proprio sulla ricerca dei documenti che ha smarrito (o gli sono stati rubati, non importa): nel caos in cui viene a trovarsi, il piccolo homo sovieticus tutto ligio, ordinato e un po’ triste dell’inizio non perde solo la trebisonda, per così dire, ma finisce anche per smarrire del tutto la propria identità, il proprio io («Non mi si può arrestare» dice a un certo punto Korotkov «perché non si sa più chi io sia. Davvero. Non mi si può arrestare, e nemmeno far sposare»).

Bulgakov scrisse Diavoleide nel 1923, lo stesso anno in cui cominciava la stesura della Guardia bianca. Lo pubblicò l’anno successivo sull’almanacco “Nedryj” e poi, nel 1925, nella raccolta a cui il racconto dà il nome. È curioso che, nello stesso momento, Bulgakov componesse il primo dei suoi racconti fantastici e quello che, a conti fatti, è il suo romanzo storico e, forse, il più realista dei suoi scritti. Ma l’anima di Bulgakov, come quella di molti dei suoi personaggi, è doppia: in lui convivono, e si mescolano splendidamente, la vocazione del cronista, dell’acuto registratore dei fatti e delle cose della vita quotidiana e della Storia, e quella del mistico, dell’uomo perso in un universo fantastico, che lo porta inesorabilmente alla trasfigurazione degli avvenimenti, al surreale e al diabolico. È per lui perfettamente naturale, mentre lavora, passare da un registro all’altro e, anzi, è forse proprio questo tenersi legato al realismo che contribuisce a rendere se possibile ancora più straniante la sua dimensione fantastica.

Medico di professione, anche se dal 1920 non esercita più, Bulgakov arriva a Mosca nel 1921; qui comincia a lavorare per varie testate giornalistiche, per le quali tra le altre cose scrive dei vividi ritratti della Mosca dell’epoca: stretta tra le maglie della guerra civile appena conclusasi e della NEP che sta per cominciare, la capitale si presenta a Bulgakov, che è ucraino e dunque “provinciale”, come una sorta di città-laboratorio, un cantiere aperto dove, insieme al perenne bog remont (il “dio restauro”) e alla furia edificatrice del bolscevismo, si muove un’umanità nuova, inedita agli occhi dello scrittore: impiegati, funzionari di partito e operai sono i tipi umani di cui Bulgakov, con piglio scientifico, registra i movimenti, i tic, le idiosincrasie ma anche i sogni e le aspirazioni frustrate. Le pagine che Bulgakov dedica alla capitale sono, come la città stessa, il primo laboratorio del suo linguaggio: egli si permette di giocare, di sperimentare con la lingua, e di utilizzare la sua conoscenza in campo medico per descrivere i caratteri e le fisionomie dei personaggi. Allo stesso tempo, si concede qualche bizzarria, e la “sua” Mosca si popola per esempio di figure «ubriache come un ombrello» o di auto che, sfrecciando sul lungofiume del Cremlino, «sparano come mitragliatrici». E Mosca, città che ama e odia allo stesso tempo, Bulgakov non l’abbandonerà più: diventa infatti presto non solo il luogo dove, tra mille difficoltà, un divorzio, la malattia e i problemi con il governo sovietico, egli vivrà fino alla fine dei suoi giorni, ma anche il posto dove sarà ambientata la gran parte dei suoi lavori fino, naturalmente, al Maestro e Margherita.

In Diavoleide, Bulgakov fa con la vita e la società moscovite ciò che, nel secolo precedente, avevano fatto con quelle pietroburghesi Dostoevskij e, soprattutto, il suo maestro indiscusso, Gogol’: prende dei personaggi-tipo, solitamente l’impiegato di basso rango, e li mette a confronto con una personificazione del Potere. L’“uomo superfluo” di ottocentesca memoria deve fare i conti, in Bulgakov, con la complicatissima burocrazia sovietica, con il razionamento del cibo, con la mancanza di soldi (è così che comincia il racconto: nella Mosca del dopo-guerra civile non ci sono soldi, e si pagano gli stipendi con i «prodotti della produzione») e con un Potere che non ha ancora imparato a decifrare. La reazione dell’uomo-tipo bulgakoviano, che nella retorica di regime dovrebbe in qualche modo partecipare alla costruzione dell’Avvenire, è sempre gretta, vile: «Io alla fine un posticino da qualche parte me lo troverò, e ci lavorerò standomene zitto e buono. Non romperò le scatole a nessuno e nessuno le romperà a me. Io non sporgerò nemmeno un reclamo contro di te» dice Korotkov a un certo punto del racconto.

Ma c’è di più: se Bulgakov si fermasse a questa idea, a questa visione del mondo, non sarebbe Bulgakov, ma un epigono fantasioso e lussureggiante di Saltykov-Ščedrin. Invece, nella vita quotidiana dei suoi personaggi lo scrittore infila violentemente l’elemento fantastico: gatti, diavoli, rusalki, figure che cambiano continuamente di forma, oggetti animati, ambienti che si modificano. È qui che uno dei due Bulgakov – quello “demoniaco” – comincia davvero: nella straordinaria capacità di far entrare l’indicibile nell’ordinario. Tra i grandi racconti, Diavoleide è il primo in cui questo aspetto di Bulgakov si pone in modo decisivo. Prendiamo l’inizio: al di là del tono sarcastico, ci sembra a tutti gli effetti di trovarci al cospetto di un racconto realista, o per lo meno verosimile. Ci viene presentato un personaggio in grigio, Varfolomej Korotkov, nel momento in cui scopre che la ditta per cui lavora non ha soldi e non può pagare gli stipendi. In ufficio si crea il caos, tutti protestano. Senonché il cassiere della società, per dare la comunicazione del mancato stipendio, brandisce una gallina morta e la usa per farsi strada tra la folla che protesta. Poche pagine più in là, nel terzo capitolo, compare Mutandoner, la cui descrizione fisica sembra presa di peso da un quadro surrealista: «[…] la cosa più degna di nota era la testa: sembrava la riproduzione gigante di un uovo piantata orizzontalmente sul collo, con la parte appuntita in avanti». È un personaggio irreale eppure esiste, è lì. Ogni sua frase, ogni suo movimento, perfino il suo aspetto e la sua voce – perennemente mutevoli e inafferrabili – sono un enigma che Korotkov, benché per tutta la durata del racconto lo rincorra nel tentativo di parlargli e di chiarire la sua situazione, non riuscirà a decifrare. Ecco, qui c’è Gogol’: la grande, pachidermica burocrazia zarista che schiacciava Bašmačkin nel Cappotto e riempiva la vita di vari personaggi gogoliani di nonsense, in Diavoleide viene riproposta in una versione esagerata e tutta novecentesca. Bulgakov ne fa una parodia feroce e ne amplifica l’impenetrabilità dandogli un paio di gambette, degli occhi scintillanti e la capacità di modificare il proprio aspetto, con il risultato, inevitabile, di portare l’uomo comune alla follia e alla morte. È la presenza del diavolo, per così dire, la grande novità introdotta da Bulgakov: egli spiega, o meglio, restituisce il senso di oppressione e l’inavvicinabilità del grande monstrum burocratico dandogli un aspetto letteralmente mostruoso e facendolo odorare di zolfo.

[…]

Diavoleide […] È un racconto per certi versi ancora acerbo, veloce: è scritto in modo furioso, pullula di verbi di moto, di ripetizioni martellanti, di dialoghi rapidi, e molti personaggi e capitoli sembrano fermi allo stato di bozza. È un racconto-laboratorio. So bene che è facile parlare con il senno di poi – di lì a tre anni, nel 1928, Bulgakov avrebbe iniziato a elaborare uno dei più grandi romanzi del Novecento e di sempre: tuttavia, non riesco a non pensare che Mutandoner sia una versione primitiva di Voland, che le sue gesta racchiudano una prima idea delle peripezie di Azazel, Behemot e gli altri, che la sala con il colonnato in cui Korotkov (un Berlioz ante-litteram?) incontra Jan Sobesskij sia un’anteprima della magnifica sala dove si svolge il Gran Ballo di Satana e che la trafila di segretarie che popolano Diavoleide siano il laboratorio dove Bulgakov perfezionò i personaggi femminili del romanzo che non sono Margherita. Forse è proprio con Diavoleide che il “seme del diavolo” si impossessa definitivamente di Bulgakov: è da qui, da questo piccolo libro, allora, che bisogna partire per entrare nel mondo allucinato e grottesco di uno dei massimi scrittori del Novecento.

Bulgakov/Tarabbia, Diavoleide, Voland 2012, pp. 104, euro 10.

Diavoleide and me

A fine agosto uscirà, per Voland, un piccolo libro a cui tengo moltissimo. Si chiamerà Diavoleide, verrà pubblicato nella collana Sìrin classica – che è una sorta di Scrittori tradotti da scrittori – e conterrà due racconti di uno dei miei scrittori preferiti in assoluto, Michail Bulgakov: Diavoleide, appunto, e Le avventure di Čičikov. Quello che segue è il testo della quarta di copertina, che è un estratto della postfazione. Non avrei mai pensato che il mio nome potesse finire, un giorno, sulla stessa copertina di uno dei più grandi scrittori del Novecento.

Diavoleide (…) è un racconto scritto in modo furioso, pullula di verbi di moto, di ripetizioni martellanti, di dialoghi rapidi (…) So bene che è facile parlare con il senno di poi – di lì a tre anni, nel 1928, Bulgakov avrebbe iniziato a elaborare uno dei più grandi romanzi del ’900 e di sempre: tuttavia, non riesco a non pensare che Mutandoner sia una versione primitiva di Voland, che le sue gesta racchiudano una prima idea delle peripezie di Azazel, Behemot e gli altri, che la sala con il colonnato in cui Korotkov (un Berlioz ante-litteram?) incontra Jan Sobesskij sia un’anteprima della magnifica sala dove si svolge il Gran Ballo di Satana e che la trafila di segretarie che popolano Diavoleide siano il laboratorio dove Bulgakov perfezionò i personaggi femminili del romanzo che non sono Margherita. Forse è proprio con Diavoleide che il “seme del diavolo” si impossessa definitivamente di Bulgakov: è da qui, da questo piccolo libro, allora, che bisogna partire per entrare nel mondo allucinato e grottesco di uno dei massimi scrittori del xx secolo.